Ricarica cartucce

I caricamenti mostrati sono da ritenersi puramente indicativi. In relazione ai componenti ed alle possibili variazioni da un lotto all’altro di polvere nonché alle modalità seguite nell’assemblare la cartuccia si possono ottenere valori e risultati differenti.
Decliniamo quindi ogni responsabilità raccomandando peraltro una scrupolosa attenzione durante le varie fasi di caricamento. Se si è alle prime armi è opportuno farsi seguire da persone già esperte in questa nobile arte senza improvvisarsi e, possibilmente, testare al Banco Nazionale di Prova (BNP) le proprie cartucce.
La ricarica è affascinate e meravigliosa ed è in grado di dare grandi soddisfazioni ma non va mai sottovalutata o presa con leggerezza! Pertanto si deve usare la massima cautela con le armi più datate. I dati riportati possono risultare, in alcuni casi, imperfetti perchè influenzati dalle combinazioni dei vari componenti, attrezzature e metodi utilizzati nella ricarica, nonchè dal tipo di armi utilizzate ed in particolare dal loro stato. L'utilizzo di quanto riportato nel sito deve avvenire nel rispetto delle norme di legge e secondo i normali criteri di sicurezza. Si consiglia di eseguire sempre dei test al Banco Prova per la vostra sicurezza e di chi vi stà accanto. Pertanto si esonera da ogni responsabilità  il webmaster ed il provider. Le informazioni pubblicate in queste pagine web sono state elaborate a puro scopo divulgativo ed informativo, al di fuori di ogni e qualsiasi rapporto professionale con l’utente ed il navigatore, non devono essere considerate consulenza, non costituiscono una relazione professionista-cliente e non possono in alcun modo sostituire l’intervento professionale del Caricatore e del Banco Prova.
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In questa pagina,alcuni esempi-consigli per effettuare la ricarica delle cartucce cal.12 e simili

Cominciamo con la tabella delle polveri e dosi più usate con una tabella finale pallini

 

misura e quantitativi dei pallini in dose x

I COMPONENTI

                                                            

Bossolo,Innesco,Polvere,Borragio,Proietto e Chiusura, formano i normali componenti della cartuccia per armi a canna liscia. Il proietto può essere costituito da palla unica ,o da una carica di pallini.Nel primo caso la cartuccia è detta " A palla  " ,nel secondo " A munizione spezzata ".

Il bossolo fino alla metà del corrente secolo è stato realizzato esclusivamente in cartone ,mentre attualmente è quasi sempre in plastica. L'apice del bossolo è chiuso da un'orlatura ,cioè dal ripiegamento del bordo. La parte inferiore è composta da un fondello metallico,che trattiene nella sede opportuna l'apparecchio innescante,al quale è affidato il  compito di incendiare la carica di polvere.

Nei primi decenni del secolo il caricamento domestico delle cartucce a pallini era quasi indispensabile per due motivi. Non esisteva sufficiente offerta di munizioni originali perché il caricamento industriale non aveva raggiunto l'attuale sviluppo. Le cartucce originali esistenti avevano un prezzo di vendita molto elevato nonostante la loro mediocre qualità. La maggioranza dei cacciatori era perciò costretta a ricorrere al caricamento individuale oppure all'acquisto di cartucce prodotte artigianalmente nelle armerie. Oggi esiste invece in commercio un enorme assortimento di munizioni originali di buona marca e di ottime caratteristiche, che ci permette di fronteggiare qualsiasi esigenza venatoria. Il caricamento domestico non trova più giustificazione neppure nell'economia d'acquisto, perché i materiali che servono per il confezionamento delle cartucce risultano molto costosi e non sempre sono facilmente reperibili a causa della riduzione della richiesta. Tuttavia, un piccolo risparmio di denaro può essere ancora realizzato, almeno per alcuni tipi di munizioni, oltre alla possibilità di economizzare con la ricarica dei bossoli sparati. Vedremo però che il reale vantaggio del caricamento individuale non risiede in questo risparmio, bensì nell'ottenere le munizioni più adatte per il tipo di caccia praticato e per la propria arma. Ancora esistono cacciatori e tiratori che sparano soltanto cartucce caricale personalmente, come dimostrano i numerosissimi quesiti sul caricamento che giungono alle rubriche delle riviste specializzate. Nella maggioranza dei casi, chi ricorre al solo caricamento domestico si illude di ottenere cartucce migliori delle originali, anche perché manca di esperienza e di strumentazione di controllo. Esiste tuttavia nel caricamento personale la possibilità di produrre cartucce specifiche, adattando dosi e componenti della carica secondo le caratteri­stiche del fucile, il metodo di caccia e l'habitat del selvatico, la distanza media dei tiri, i propri tempi d'intervento nello sparo. Realizzare una cartuccia specifica, cioè tale da garantire il migliore rendimento balistico possibile in particolari condizioni d'impiego, non è facile impresa, né un'attività priva di pericolo. Prescindendo dal rischio esistente nella manipolazione di qualsiasi sostanza esplosiva, il reale pericolo consiste in un errore di dosaggio, di abbinamento dei componenti, di assetto della cartuccia. Nel caricamento non esiste spazio per l'estro e l'improvvisazione, né l'esperienza è sufficiente in ogni caso. Occorre conoscere alcuni concetti fondamentali di balistica, o ricorrere al consiglio di persone esperte, se vogliamo evitare qualsiasi errore . La prima considerazione da farsi quando in­tendiamo procedere al caricamento di una cartuccia da caccia riguarda di certo la varie­tà di selvatico sul quale vogliamo utilizzarla e soprattutto le condizioni atmosferiche che probabilmente incontreremo durante la sua caccia.

In definitiva umidità e temperatura atmosfe­rica sono le variabili ambientali che più con­dizionano il grado di efficienza della nostra munizione, o meglio, che più condizionano il rendimento dei propellente contenuto nella nostra cartuccia.
Il tipo di polvere è di certo la più importante scelta da fare quando intendiamo caricare una cartuccia: a tal riguardo dobbiamo fare subito una prima grande distinzione. Sommariamente le polveri utilizzate per ca­ricamenti da caccia si dividono in tre gruppi: quelle a base di nitrocellulosa non gelatiniz­zata; quelle a base di nitrocellulosa comple­tamente gelatinizzata; e infine quelle a base di nitroglicerina. Le principali differenze tra queste tre categorie di polveri sono generate dalla loro dissimile sensibilità alle condizio­ni atmosferiche.
Un cacciatore si può facilmente trovare, nella medesima stagione venatoria, a cacciare da - 4°C a + 34°C, è subito comprensibile quanto sia impor­tante avere a disposizione cartucce con differenti caratteristiche. Le polveri a base di nitrocellulosa sono molto esuberanti e mediamente igrosco-piche, adatte dunque a caricamenti leggeri per climi caldi e asciutti. Viceversa, le polveri a base di nitrocellu­losa completamente gelatinizzata e quelle a base di nitroglicerina sono progressive e la loro efficacia risente pochissimo di fred­do e umidità, adatte dunque a caricamenti pesanti da utilizzarsi anche in climi rigidi.
Ma in definitiva ciò che sprona l'appassionato di ricarica casalin­ga va ricercato sul campo, proprio durante la caccia cacciata, al culmine dell'atto venata­rio. «Quando una cartuccia tua, di quelli che ti sei caricato da solo, giunge a segno con gli effetti desiderati, magari folgorando un co­lombaccio o un germano che volava oltre i quaranta metri, la contentezza è immensa», afferma orgoglioso il nostro protagonista. Potremo di certo affermare che per il caccia­tore quella cattura porta con sé un valore ag­giunto: poter essere l'artefice primo e assolu­to del successo finale lo appaga totalmente.
Il colpo capace di freddare all'istante la preda esalta, nel cacciatore dedito alla cartuccia fai da te, sia le capacità tiravolistiche sìa quel­la di ricaricatore. L'efficacia della cartuccia appaga appieno anche la sua etica venatoria: nessuno vorrebbe mai correre dietro ad un selvatico ferito. Quanto più istantanea risulta la morte della preda, tanto più grande sarà la nostra soddisfazione. La sofferenza del selvatico è assolutamente riprovevole e, ognuno di noi, nella scelta delle cartucce, deve adoperarsi per ottenere il meglio. La cartuccia perfetta, quella davvero in dose dove innesco, polvere, contenitore e pallini lavorano in perfetta sinergia, fornendoci per­formance eccezionali e costanti nel tempo, è tanto ormai rara quanto ricercata. Inoltre, la consapevolezza di avere in canna una carica perfetta, di quelle super collaudate, infonde nel tiratore quella fondamentale sicurezza nei propri mezzi sempre importante per ave­re successo in ogni disciplina sportiva.
Molte cartucce domestiche erano caricate in maniera approssimativa, con dosi in eccesso e in difetto, con imprudenti miscugli di polveri. Alcune erano delle vere e proprie bombe pericolose. Il moderno caricatore, invece, non può permettersi approssimazioni. La componentistica moderna in plastica, gli inneschi di potenza quasi sempre elevata, le polveri sempre più performanti, l'utilizzo sistematico della chiusura stellare, oggi molto più di ieri, richiedono conoscenze balistiche approfondite e una particolare atten­zione nelle operazioni di caricamento. Una cartuccia errata nel dosaggio o nell'abbinamento delle componenti o nella realizzazione della chiusura può risultare pericolosa. Credetemi: basta poco per far salire le pressioni a un livello di pericolosità. Con questo non voglio scoraggiare nessuno: ho sempre detto che si può imparare a caricare le cartucce così come si può imparare a fare qualsiasi altra cosa. Realizzare una cartuccia decente o, meglio ancora, buona non è neppure un'operazione molto diffìcile :  basta che tale lavoro sia eseguito con competen­za, con attenzione e con un minimo di attrezzatura. Andando avanti e aumen­tando le conoscenze balistiche, le capa­cità manuali, migliorando l'attrezzatura e la precisione, sarà facile costruire car­tucce anche ottime, in grado di supera­re in rendimento le cartucce originali. Tuttavia, la forma mentale del caricatore moderno deve essere orientata verso la precisione, l'attenzione, l'ordine e la calma. E la riflessione: oggigiorno è facile reperire dosaggi sui siti dei produttori di polveri, sulle riviste specializzate, sui manuali, sui forum di caccia on line e sugli agili manualetti sempre aggiornati e che sottendono studi e sperimentazioni approfondite. Non fidatevi quindi delle dosi dei praticoni o delle dosi “spinte  ma micidiali" sentite in armeria. Confrontate sempre la dose scelta con quelle di comprovata affidabilità.
 
 
Ecco, il caricamento individuale delle cartucce può trovare questa giusti­ficazione pratica: creare una muni­zione che si adatti al tipo di caccia, ai luoghi, alle temperature, alla nostra arma, alla nostra abilità di titatori e  perché no alla nostra sportività.
 
 
 
 
 NUOVE TABELLE
 
 Lo stesso propellente può presentare caratteri­stiche assai diverse fra lotto e lotto. Questo fatto, unito allo sviluppo di nuovi propellenti sarebbe più che sufficiente a giustificare la necessità di aggiornare periodicamente i dati di caricamento, necessità che diventa ancora più sentita se prendiamo in considerazione che non solo i propellenti possono mutare, ma che può cambiare anche la componentistica e che nuove borre, nuovi bossoli, nuovi inneschi non sono certo una rarità. Ma anche se non ci fossero modifiche e innovazioni, non potremmo fare a meno di rinnovare periodicamente le tabelle di caricamento perché certe differenze fra lotto e lotto sono ineliminabili (o quanto meno non convenientemente eliminabili), o addirittura basta che il fabbricante, per sua convenienza o perché certi processi non sono più disponibili, operi una trasformazione nella composizione chimica di una polvere o nelle dimensioni e nella porosità dei granuli, oppure nel potenziale e quindi nel rendimento balistico. Il tutto, senza dare pubblico avviso della modificazione di caratteristiche (almeno quando è importante) e guardandosi bene, per interesse commerciale, dal emulare il nome "storico" della polvere. Vengono informate di queste variazioni, che. come detto, si riscontrano anche da un lotto all'altro dello stesso propellente, le grandi aziende che  praticano il caricamento industriale delle cartucce e che, disponendo di una specifica strumentazione per il collaudo, neppure avrebbero bisogno di questo avvertimento. Nessuno si preoccupa del cacciatore-caricatore che acquista in armeria una piccola confezione di polvere. Anzi, oggi si evita di indicare sulle scatole di polvere anche i dosaggi, a differenza di quanto veniva fatto in passato. I fabbricanti più scrupolosi si limitano a dare indicazioni delle dosi nei loro cataloghi, che purtroppo raramente raggiungono il caricatore privato.
 
 

  

l'attrezzatura di base del caricatore

 
Illustre­remo quella che può essere definita l'attrezzatura di base del caricatore. La maggio­ranza degli attrezzi è di facile reperibilità e può essere acquistata a prezzo abborda­bile; in altri casi (ad esempio, se si decide di adattare un trapano a colonna a disposi­tivo permanente di crimpatura/orlatura), sarà necessa­rio un modesto intervento di un tornitore del ferro o di un fabbro. Da ultimo, potrà essere d'ausilio anche l'acqui­sto di vecchio materiale di ricarica usato o dismesso. Ai mercatini dell'usato ancora si trova qualcosa, così come si trova qualcosa su Internet o contattando cacciatori anziani. Tuttavia, anche in questo caso, la raccomanda­zione che mi sento di fare è orientata verso la maggiore e più rapida soddisfazione, e il maggior risparmio finale: comprate un'attrezzatura buona. Con un buon crimpatore (o incisore stellare) e con delle buone bobine in acciaio realizzeremo più facilmen­te (e subito) delle ottime chiusure. Sono strumenti che durano decenni e che giusti­ficano il prezzo non proprio contenuto. Insomma: anche qui vale la regola "chi più spende, meno spende".
 
 
 

-Il TAVOLO

 

 
Da lavoro deve essere ampio per poter appoggiare tutti i nostri attrezzi, diciamo o una scrivania o un comune tavolo rettangolare robusto, con sopra un bel panno ben teso bloccato se possibile con delle puntine o con dei morsetti, quello verde del tipo che si usa per i tavoli da gioco, che mi permette di far risaltare bene gli eventuali componenti (pallini e polveri) che giocoforza andranno a cadere sul panno. Poi è ruvido quanto basta da non far scivolare troppo in giro soprattutto i pallini.
 

-IL BILANCINO

 

Ci serve una bilancia di precisione della portata di 60 grammi e che sia sensi­bile al centigrammo. Per tradizione, e anche per comodità, consiglio la nor­male bilancia a due braccet­ti, smontabile e coi pesetti. E' di facile reperibilità in qualsiasi armeria. Molti bilancini hanno due piccoli ovali di lamierino nero posizionati all'intersezione a croce dei braccetti, fissati con una vite. Sono dei piccoli registri e servono a compen­sare eventuali minimali difetti di taratura. Si allenta la vite e si spostano gli ovali a destra o a sinistra, a seconda delle ne­cessità. Un altro sistema per sopperire a eventuali leggere pendenze dell'ago della bi­lancia consiste nell'attaccare della carta adesiva sul fondo esterno del piattino meno pesante, sino alla taratura. Ricordiamoci di apporre un segno nella croce dei braccet­ti che ci indichi il "davanti" per fare in modo dì riposi­zionarli sempre nello stesso verso al momento del rimon­taggio. Si possono utilizzare anche bilancine elettroniche, peraltro precisissime, ma che tolgono molto all'aspetto romantico del caricamento. Ricordiamoci comunque che la precisione è una cosa, mentre la maniacalità è un'altra. Non stiamo quindi a guardare i due o i tre granelli di polvere, o il piccolo palli­no di differenza: la cartuccia non subirà variazioni. Se vogliamo essere più moderni possiamo usare una bilancina elettronica che pesi il centigrammo.
 
                                                                      
 

-MISURINI

 

Di quelli con manico in legno e corpo in ottone, meglio se dotati di possibilità di regolazione micrometrica tramite una piccola vite di fissaggio. Ne servirà uno più grande per polveri voluminose e dosi di piombo che andranno da circa 28 a 46 grammi, ed uno più piccolo per polveri dense e dosi di piombo che andranno da circa 22 a 38 grammi.

 

 

 

 

-CALCABORRE 

In legno o plastica del calibro desiderato. E un calcaborre graduato. 

-IMBUTINO

C’è chi preferisce quello metallo, perché “balla” meno e anche sbattendoci inavvertitamente, spesso non cade, a differenza di quello in plastica che è molto più “ballerino”, anche se bisogna dire che in termini di lavoro offrono entrambi le medesime prestazioni. Quello in metallo però è soggetto a cariche elettrostatiche. 

-PALMELLE PORTABOSSOLI 

Del calibro desiderato. 

-UNO O DUE CUTTER (TAGLIERINI)

Servono per tagliare bossoli in fase di eventuale scaricamento,ma soprattutto per tagliare borre,specie quelle in sughero. 

-UNA PINZETTA  

-UN RIFILA BOSSOLI 

E' un attrezzo che può servire sia al ricaricatore, sia al caricatore. Oggi giorno che l'orlatura tonda si prati­ca molto poco a livello industriale, questo attrezzo serve molto di più a chi carica bossoli nuovi. Una volta, invece, anche per ragioni economiche, le cartucce (quasi sempre con orlatura tonda e quasi sempre di cartone), se lunghe 70 mm venivano rifilate a 67. C'era anche chi le rifilava una terza volta portandole a 65 mm. E' un attrezzo utilissimo se si vogliono caricare cartucce che necessitano di un bossolo più corto (di solito da 67 mm) e si hanno a disposizione solo bossoli da 70 mm. Una volta ne esistevano diversi, tutti basati sull'utilizzo di una lama che do­veva ruotare attorno al bossolo. Ottimo era il Togibre, che vedete raffigurato in queste pagine assieme al moderno rifilabossoli della Olimpic's, che è pure munito di un "fermo" che consente la regolazione dell'altezza della rifilatura.

 UN ATTREZZO PER RIALLARGARE LA CHIUSURA STELLARE 

Una delle principali seccature di chi ricarica bossoli sparati sta nel riallarga­mento delle pliche della chiusura stella­re per procedere poi all'inserimento del contenitore. 11 sistema più semplice è quello di utilizzare un calcone capovol­to del calibro 28 e di spingere sino al­l'allargamento delle pliche. Subito dopo si inserisce il contenitore. Occorre una certa manualità e non sempre si riesce a evitare che qualche plica si fessuri (fenomeno che potrebbe dare origine a rosate decentrate).

Ma l'ingegno umano non ha limiti: tra i tanti attrezzi di ricarica che mi sono passati per le mani voglio mostrare ai lettori una testina rotante studiata ap­posta per riaprire la stellare. E' realizza­ta su un cilindro da cui è stato ricavato un piolo con diametro di poco inferiore al diametro interno di un bossolo e dove, successivamente, è stata saldata una porzione di tubo del diametro interno di poco superiore al diametro esterno di una cartuccia. La plastica del bossolo, per effetto della pressione discendente e della rotazione, si trova quasi in aderenza tra le due pareti e riassume all'incirca la forma originaria. Ovviamente, a causa dell'attrito, è necessario tenere ben fermo il bossolo, magari coi guanti, poiché anch'esso tende a ruotare.                                                                                  

 

UN RICALIBRATORE 

E' un attrezzo indispensabile per il rica­ricatore. Chi lo ha utilizzato, in passato, ha visto durare molto più a lungo il suo fucile (soprattutto se basculante) e ha avuto risultati sempre costanti. Sappiamo che il fondello della cartuc­cia, al momento dello sparo, subisce una dilatazione, tanto più importante quanto più alta è la pressione svilup­patasi al momento della combustione della polvere. Sappiamo anche che la camera di cartuccia di un'arma ha delle tolleranze di ampiezza, seppur mille-simali. Dunque: se il bossolo è stato sparato da un fucile con una camera di cartuccia piuttosto "larga" rispetto alla nostra, ci potrebbero anche essere dei problemi di cameratura della cartuccia ricaricata, specialmente se la cartuccia originale ha sviluppato pressioni alte che hanno dilatato molto il fondello, sino a portarlo ad aderire alle pareti della camera di cartuccia del fucile del primo utilizzatore. Ma vi è un altro motivo più afferente la balisitica: riportare il fondello alle dimensioni originali (specialmente se il fondello è alto, cioè tipo 5 o 6) vuoi dire garantire alla polvere uno spazio "fisso e standardizzato" per l'iniziale com­bustione e sviluppo dei gas, senza che detto spazio sia allargato dalla dilatazio­ne del preesistente sparo (dilatazione che può essere variabile, per i motivi già esposti). Solo riportando il fondello alle dimensioni standard - e cioè utilizzan­do il calibratore - potremo realizzare cartucce tutte uguali e caricate con dosi che non necessiteranno aggiustamenti. Il calibratore dovrà essere a leva: ora­mai il calibratore a campana è anacro­nistico e quasi sempre rovina un po' il bossolo. Il calibratori a leva si possono trovare presso qualche anziano carica­tore che dismette l'attrezzatura. I migliori erano quelli della Costruzio­ni Dueffe di Senigallia, che subirono molte imitazioni. Ma ve ne erano anche di scadenti, sia nella robustezza, sia nella qualità operativa. Un difetto che si può riscontrare in alcuni calibratori è la "bombatura" del fondello dal lato dell'innesco a calibra­tura compiuta. Per eliminare tale difetto molto spesso è sufficiente la tornitura parziale del cilindro calibratore: si asporta un po' di metallo dalla pare­te interna del cilindro, quella dal lato dell'attaccatura della leva, dimodoché "lavori" solo il tratto iniziale del cali­bratore (è sufficiente lasciare intatti i primi due centimetri del cilindro). L'unica ditta italiana che - a quanto mi risulta - produce ancora calibratori a leva è la toscana Olimpic's (www.olim-pics.biz) che ha il pregio di continuare la produzione di molti accessori di caricamento. 

UN LEVA METTI INNESCHI 

Il leva metti capsule è un attrezzo indispensabile per i ricaricatori e molto utile per i caricatori. Serve a decapsulare i bossoli usati e a inserire nella sede i nuovi inneschi. E' vero che alcuni calibratori a leva sono muniti anche di un decapsulatore che funziona sempre a meraviglia, così come è vero che molto spesso in detti calibratori è anche presente un incapsulatore che si aziona abbassando un pon­ticello e azionando la leva in sen­so inverso; tuttavia, nei calibratori l'operazione di introduzione del nuovo innesco risulta troppo macchinosa e difficile. Usiamo quindi il vecchio e comodo leva metti capsule che deve avere solo una qualità: la robustezza. Devo aggiungere come questo attrezzo sia utilissimo anche a chi ricarica bossoli nuovi: molto spesso, infatti, non si possiede un bossolo con l'innesco adatto per l'assetto di caricamento che vo­gliamo realizzare e le armerie non sono sempre fornite di una gran varietà di bossoli con inneschi di differente potenza. Con il nostro leva metti capsule risolveremo egregiamente il problema. Una raccomandazione: in passato, per estrarre l'innesco si usavano vari strumenti, anche più semplici, bastava un punteruolo. Per rimet­tere un nuovo innesco bastavano un martello e una sede per contenere la cartuccia capovolta (si utilizzava quasi sempre un calibratore a campana). C'era anche chi utilizzava punteruolo e martello per sostituire inneschi nuovi. Era un'operazione sconsigliata sin da quando si utilizzavano i vecchi inneschi 6,45. Ora che tali inneschi sono molto più potenti (almeno nella lunghezza della vampa e nella presenza di cor­puscoli incandescenti) l'operazione potrebbe risultare pericolosa, soprattut­to per gli occhi. Ben che vada, avrete la faccia annerita dall'esplosione dell'in­nesco e vostra moglie che si precipita nella stanza, Impaurita dal botto. Ma può anche andare peggio.  

- UN CALIBRO 

Per controllare l’altezza delle borre,dei bossoli,ma soprattutto delle cartucce finite. 

-UNA BOBINA INCISORE O STELLATRICE E UNA BOBINA ORLATRICE  

II mio consiglio è di iniziare con ottime bobine d'acciaio.

Un crimpatore stellare in acciaio è garanzia di durata e di efficienza. Quando le pliche sono ben incise, si può dire che metà dell'orlatura è fatta. Lasciamo quindi da parte gli incisori di ottone o in lega. Spendiamo di più e potremo ottenere immediatamente ottimi risultati. Tra l'altro, un buon incisore stellare in acciaio in cal. 12 consente di effettuare orlature più che discrete anche nel calibro 20. Anche le bobine orlatrici dovranno essere in acciaio (ma se proprio non si hanno disponibilità, si può iniziare anche con bobine in ottone). Si trovano nelle armerie a basso prezzo. Qualcuna ha il difetto di avere il foro filettato non centrato o non in asse verticale. Con­trollate bene prima dell'acquisto. Per quello che riguarda l'acciaio, diremo che le ditte produttricì  ne commer­cializzano di varie, di differente bordo (numerate dall'I al 4), sia per la plastica che per il cartone. Per iniziare basterà acquistarne una sola per la plastica, di media misura (n° 2), che ci consentirà un utilizzo polivalente. Col tempo ne comprerete altre.Una raccomandazione deve essere data in ordine al sistema di fissaggio delle bobine orlatrici rotanti: queste si possono dotare di un perno costituito da una barretta filettata e una rondella fissata da un dado, perno che poi andrà stretto dalla testina del trapano. Oppure si potrà far tornire un perno filettato da una parte e liscio dalla parte da strin­gere nel trapano. La miglior soluzione è quella di farsi tornire una specie di "fungo" filettato, con le basi tonde, che andranno a essere solidali con la parte superiore della bobina, creando una struttura perfettamente centrata e in asse, che eviterà possibili oscilla­zioni al momento della rotazione. Nel caso in cui la bobina sia di derivazione industriale (e abbia quindi già il perno sporgente filettato), il "fungo" con le basi solidali avrà una filettatura "femmi­na" su cui inserire il perno. Un ultimo suggerimento per quello che riguarda il posizionamento del crimpa­tore nelle colonne dei trapani, o meglio la sua altezza rispetto al piano d'appog­gio del fondello della cartuccia, anche in rapporto all'altezza della bobina rotante: diciamo che, grosso modo, la base della bobina crimpatrice non deve essere posizionata alla stessa altezza della base della bobina rotante orlatrice, bensì uno o due centimetri più in alto (cfr foto). Nel far tornire quindi il brac­cetto di fissaggio, non scartate l'ipotesi di inserimento di alcuni spessori (o di semplici dadi filettati) per poter ottene­re l'altezza desiderata.

- UN ORLATRICE MANUALE O ELETTRICA

 

Va bene anche il trapano elettronico a giri variabili fissato su una colonna.

La macchina orlatrice è forse l'attrezzo più importante per la realizzazione di una buona cartuccia. A mio avviso, chi desidera avvicinarsi al mon­do della ricarica deve neces­sariamente essere in grado di praticare una chiusura stellare decente. Lasciamo dunque da parte le orlatrici manuali (quelle con la mano­vella) che non ci consentono di effettuare tale chiusura e passiamo quindi all'acquisto di un'attrezzatura per realiz­zare la chiusura stellare. In questa attrezzatura è neces­sario che siano presenti un crimpatore (o incisore che dir si voglia) a sei lame e una bobina orlatrice, che ruota per mezzo di un motore elettrico a velocità regolabile. La funzione del crimpatore è quella di predisporre sul bos­solo le classiche sei pieghe(ma ve ne sono anche a otto) per poter realizzare l'orlo a stella. Deve compiere un movimento verticale, dall'al­to verso il basso, e piegare il bossolo già pieno facendogli assumere un aspetto a punta. Immediatamente dopo, il bossolo va posto al di sotto della bobina rotante che scende sulla punta stessa ed effettua varie rotazioni comprimendo nel contempo il bossolo. Tale compressione cessa al raggiungimento di un punto di fermo, graduabile. Con lo stesso strumento si possono realizzare anche le orlature tonde, omettendo la crimpatura dal bossolo e sot­toponendo la cartuccia carica alla sola compressione/rota­zione della bobina rotante. Un'orlatrice economica ed efficiente (che nulla ha da invidiare alle orlatrici com­merciali) può essere realizza­ta attraverso l'utilizzo di un trapano a colonna, purché il trapano abbia il dispositivo di regolazione elettronica della velocità e purché la colonna abbia sia un fermo regolabile di fine corsa, sia uno spazio idoneo e suffi­ciente per il montaggio del crimpatore, che deve essere posizionato a fianco della bo­bina rotante (che va montata sulla testa del trapano). Dato per scontato che i tra­pani elettronici sono di faci-lissima reperibilìtà, la nostra attenzione dovrà cadere sulla colonna che dovrà contenere il foro per il montaggio del braccetto del crimpatore (le foto vi saranno di ausilio per la miglior comprensione). Vi sono molte colonne a leva, il cui abbassamento è coman­dato da una sola leva. Altre sono comandate da tre brac­cetti, a mo1 di timone navale. Quello che dovrà orientarci nella scelta sarà dunque l'esistenza o meno di uno spazio che ci dovrà consentire il montaggio in posizione verticale di un braccetto in ferro su cui sarà fissato il crimpatore stellare. Non solo: le superfici della base metallica,su cui è presente il foro di inserimento del trapano, dovranno essere perpendi­colari alla colonna. Infatti, è sulla base metallica dove si trova anche il foro del trapano che noi dovremo praticare un altro piccolo foro per inserire e fissare il braccetto metallico della bobina crimpatrice, onde consentire un posizio­namento a piombo rispetto alla base d'appoggio della colonna. Dalle foto no­terete come sia stato possibile realizzare il foro per l'inserimento del braccetto » del crimpatore nella colonna a leva, proprio perché la base aveva dei piani perpendicolari alla colonna (anche se, in pratica, sarebbe sufficiente la sola perpendicolarità del piano inferiore). Se invece i piani fossero stati inclinati, il braccetto si sarebbe posizionato storto, non in asse verticale, e nel moto di di­scesa che si ha azionando la leva, sareb­be poi andato a intercettare il bordo del bossolo in posizione obliqua, effettuan­do un'incisione inefficace. Ma vi sono anche altre soluzioni per il posiziona­mento del braccetto del crimpatore; si può realizzare una vera e propria staffa da fissare sotto la base che contiene il foro del trapano, come potete vedere dalle foto riguardanti una colonna con braccetti multipli. Nel caso in oggetto è stata realizzata anche una vite che permette la regolazione in altezza del braccetto stesso. Comunque, capita la necessità, si potranno studiare infinite soluzioni per il montaggio perpendico­lare del braccetto del crimpatore. In commercio vi sono anche macchi­ne già predisposte per il caricamento e che non necessitano di intervento alcuno.Si tratta di un macchinario che consente il carica­mento di numerose cartucce al minuto, compiendo in maniera semi-automatica tutte le operazioni di caricamento. Ren­de molto bene se si utilizzano bossoli già sparati. Tuttavia, non posso far a meno di rilevare come con tale macchinano venga meno molta di quella poesia insita nella manualità della ricarica.
 
- IL DOSATORE 

E' un attrezzo che serve sia ai caricatori, sia ai ricaricatori. In commercio non se ne trovano più, ad eccezione di quello della già citata Olimpic's, peraltro di buona fattura. In passato ve n'erano di diver­si, di differente qualità. L'uso del dosatore è consigliato in cartucce destinate ai piccoli migratori, da caricarsi in serie, con l'avvertenza di controllare la dosata ogni cinque riempimenti di bossoli. Ce ne vorreb­bero due: uno per il piombo e uno per la polvere, visto che il piombo tende a rigare un po' il metallo dell'attrezzo, cagionando anche dei solchi profondi con l'uso prolungato. I migliori hanno anche una specie di "rubinetto" che blocca il flusso e consente lo svuotamento rapido del contenitore tramite smontaggio dello stesso {senza staccare il dosatore dalla sede per poi ribaltarlo o smanettare sino allo svuo­tamento). Gli eccelsi hanno due viti per regolare l'attrito.Molti danno una grande importanza al cono rovesciato che dovrebbe garanti­re una certa uniformità alla caduta del piombo o della polvere all'interno dello spazio regolabile. Tuttavia, dell'utilizzo del dosatore conta molto "il manico" (e non mi riferisco alla manetta della porzione rotante!). Il colpo deve essere deciso, ma non secco. Bisogna arrivare alla battuta sempre con la stessa forza. Quando il livel­lo della polvere o del piombo sta calando, si può supplire col "colpo doppio" cioè arrivando a battuta due volte. Comunque, con la pratica si imparerà. E s'impareranno a riconoscere le polveri più scorrevoli da quelle meno scorrevoli. 

E finiamo con l'attrezzatura necessaria al riconoscimento delle nostre cartucce. Molti utilizzano un pennarello indele­bile e segnano sul bossolo il numero del piombo, il peso di carica e, a volte, la polvere usata. I più perfezionisti possono usare dei timbri e un inchiostro indelebi­le per la plastica a rapida essiccazione (è importante che l'inchiostro abbia questa caratteristica). Per dotarsi di un'attrezza­tura decente basta recarsi in un negozio per timbri e acquistare dei timbri varia­bili a rotelle (contengono solo numeri) e tagliare quelli che ci serviranno per indi­care il piombo e i! peso di carica. Con la loctite li incolleremo su dei supporti per timbro (ce li venderanno senza difficoltà) oppure su listellini di legno o su delle teste di bullone.

Ecco pronti i nostri marcatori per le car­tucce. Per le lettere indicanti la polvere o le caratteristiche di caricamento (es . bior = biorentabile, disp - dispersante; felt = borra feltro ecc.) basterà comprare una scatoletta di timbri componibile, fornita di numerose lettere.I  più presuntuosi tra di voi potranno anche crearsi un proprio "logo" di caricatore. Oppure - con un po' di goliardìa  potrete realizzare un timbro per marcare col vostro cognome le cartucce regalate agli amici. Quando questi  chiederanno il tipo di polvere contenuta nelle cartucce, basterà invitarli a leggere il timbro.

In bocca al lupo a tutti.

 

 

STRUTTURA DELLA CARTUCCIA 

- I PALLINI

 

possono essere:

 

-  di piombo temperato indurito di colore grigio scuro;

-  di piombo nichelato,ricoperti da una pellicola di nichel (grigio chiaro argento) che grazie a questo trattamento sono più resistenti e più duri,adatti a caricamenti pesanti e per tiri molto lunghi;

-  di piombo ramati

-  di piombo deformati adatti  per tiri a breve distanza

-  di piombo cubici;

 La grossezza dei pallini di piombo viene indicata tramite una numerazione, cioè una scala di numeri convenzionali, a ciascuno dei quali corrisponde un particolare diametro. Purtroppo i diversi stati del mondo non sono ancora giunti a unificare le numerazioni nazionali, anzi ciascuno di essi si sforza d'imporre commercialmente agli altri la propria numera/ione, creando non poca confusione ai cacciatori che acquistano munizioni estere. Per questo motivo troviamo in tutti i libri dì cari­camento, oltre alla tabella della numerazione unica italiana dei pallini e dei pallettoni, una tabella di comparazione tra le principali numerazioni nazionali.

La dimensione dei pallini deve essere scelta in relazione alla sagoma e al peso del selvatico cacciato. Se il pallino è troppo piccolo rispetto alle caratteristiche dell'animale, questo riceve moltissime ferite di scarsa gravita. Se invece il pallino è troppo grosso, l'animale, al contrario, riceve ferite gravissime ma non sempre tali da provocarne la morte istantanea e il sicuro recupero. Per avere ottime probabilità di un pronto abbattimento del selvatico, dobbiamo colpirlo con una media di 5 pallini, che abbiano energia sufficiente a spezzarne le ossa lunghe e penetrare in profondità raggiungendo organi di vitale importanza. I pallini devono cioè formare una rosata abbastanza densa e veloce, così da provocare ferite mortali. Senza affrontare difficili calcoli per stabilire l'energia necessaria al pallino, in relazione alla struttura fisica dell'animale, il caricatore deve sapere che esistono tabelle che indicano la numerazione di pallini adatta per ciascuna specie di selvatico, nelle normali forme di caccia. Ovvio precisare che le indicazioni di queste tabelle rappresentano un semplice suggerimento, non vincolante, perché la scelta della grossezza del piombo deve tenere in considerazione molti fattori concomitanti, come la distanza media dei tiri, il peso della carica di piombo contenuta dalla cartuccia, il valore della strozzatura della canna, le condizioni ambientali e climatiche nelle quali avviene il tiro. Esiste inoltre una capacità di compensazione tra pallini piccoli e grossi, in quanto un alto numero di ferite può supplire alla minore gravita, o viceversa. Tuttavia, la norma che consiglia di colpire con una media di 5 pallini, animati da energia sufficiente a produrre ferite gravi, ci indica la "migliore probabilità" per ottenere la morte istantanea del selvatico.
È importante utilizzare pallini di buona qualità, di sufficiente peso specifico di lega e di ottima sfericità. I pallini troppo leggeri perdono molto presto velocità in traiettoria. Quelli troppo deformali, oltre all'eccessiva perdita di velocità, accusano anche una notevole deviazione dall'asse di tiro. Non devono essere mescolati pallini dì diametro diverso nella stessa cartuccia, se non a scopo di incrementare la lunghezza dello sciame di rosata (e in parte di favorire le dispersioni). In una cartuccia conpallini di diverso diametro, quelli più grossi, conservando migliore velocità residua per la superiore massa, in traiettoria sorpassano e distanziano i pallini più piccoli e più lenti, turbando la disposizione "a fuso" dello sciame. Alcuni fabbricanti propongono cartucce che contengono pallini di due diverse numerazioni, ponendo quelli più grossi .in testa alla carica, seguiti da quelli molti più piccoli che guada­gnano in velocità residua. In questo caso i pallini piccoli, poiché si muovono sulla scia di pallini grossi (che tirano la volata) incontrano minore resistenza da parte dell'aria. In queste cartucce a carica di piombo differenziata, i pallini piccoli servono per colmare i vuoti di rosata lasciali dai pallini più grossi. Questo espediente sembra funzionare per aumentare di poco la portata dell'arma. In ogni calibro le dosi medie di pallini forni­scono cartucce più regolari, più stabili nelle variazioni climatiche, con migliore rapporto tra rendimento balistico e rinculo. Se non esiste giustificalo motivo per ricorrere a esse, le dosi minime e massime devono essere evitate perché sono di caricamento più difficoltoso. Possono risultare poco efficaci o troppo potenti, talvolta pericolose per eccesso o difetto di pressione e richiedono particolari materiali di caricamento. Le cariche molto pesanti produ­cono eccessiva deformazione e dispersione dei pallini, perciò sono consigliabili soltanto con piombo grosso. Le cariche leggere offrono, al contrario, il migliore rendimento con piombo piccolo, che assicura sufficiente densità di rosata. Inutile precisare che le cariche pesanti e le magnum, caricate con grossi pallini, servono per tiri molto lunghi, o ricordare che le cariche leggere e le ridotte (rispetto al calibro dell'arma) sono indispensabili per i fucili piuma e per tiri a breve distanza (a scopo di non distruggere il trofeo). I pallini di piccolo diametro esigono una lieve riduzione della loro dose (rispetto a quelli di media grossezza), perché in canna provocano superiore attrito di scorrimento, quindi tendono a innalzare le pressioni della carica. I pallini di grosso diametro, al contrario, riducono l'attrito in canna e le pressioni, perciò richiedono un aumento della carica di piombo rispetto ai pallini di media grossezza. Caricando cartucce a palla e a pallettoni, è possibile aumentare molto la carica di polvere (di circa il 10% o più), per rimediare alla fortissima riduzione della pressione e della velocità iniziale. I pallini nichelati o ramati tramite deposito elettrolitico, grazie alla migliore durezza e quindi alla sfericità che conservano, ottengono rosate meno disperse e più regolari nella distribuzione dei piombi. Il contenitore ha però ridotto alquanto i vantaggi dei pallini ricoperti in favore dei comuni pallini temperati (o superficialmente induriti tramite brusco raffreddamento). I pallini di piombo dolce, ossia realizzati con lega prima di antimonio e di arsenico, difficilmente vengono utilizzati perché hanno un basso punto di fusione, sono deformabili e soggetti a unirsi in grappoli, provocano rosate irregolari e impiombano eccessivamente le canne.
- IL BOSSOLO
 
Non devono essere utilizzati bossoli più lunghi delle camere dì cartuccia del fucile, né molto più corti, Nel primo caso, si sviluppano in canna pressioni pericolose, nel secondo si verifica una forte diminuzione del rendimento della cartuccia, con abbassamento della velocità iniziale dei pallini e cattiva distribuzione della rosata. Il bossolo deve inoltre adattarsi al tipo di polvere caricata, essendo in grado di contenere esattamente la carica, senza carenza né eccesso di spazio all'interno. La maggioranza dei bossoli di attuale produ­zione ha il tubo in plastica dì elevata resistenza, il fondello di rinforzo in lamierino ottonato, l'innesco del tipo doppia forza scoperto (DFS) contenente miscela anticorrosiva. I bossoli di plastica sono resistenti ed elastici, proteggono la polvere dall'umidità e si prestano a numerose ricariche. In unione alla borra dì plastica consentono di ottenere cartucce potenti e veloci, mentre non gradiscono l'abbinamento con le tradizionali borre di feltro, che in essi non riescono a effettuare una sufficiente tenuta dei gas.
Nella cartuccia a pallini, costituisce l’involucro esterno che serve a contenere tutti gli elementi della carica,ed a realizzare la tenuta dei gas nella camera di scoppio del fucile. Si compone dì quattro parti: corpo o tubo, fondello, buscione ed innesco. Della capsula innescante ; parleremo a parte, perché essa è uno degli elementi più importanti della cartuccia.
II corpo del bossolo può essere costi­tuito da un tubo di carta cilindrata, ar­rotolata ed incollata in vari strati, o da un tubo dì materiale plastico. II fondello è un rinforzo esterno della base della car­tuccia, formalo da lamierino di ottone, di alluminio o di acciaio tombaccato, che fornisce la sede alla capsula innescante, stabilisce un punto di arresto all'avanza­mento della cartuccia entro la camera di scoppio, offre la presa all'estrattore tra­mite il suo bordo rialzato, detto collari­no.
Il buscione, chiamato anche cercine o tacco, è un rivestimento posto a pressio­ne sul fondo interno del tubo, intorno al­la sede dell'innesco, per assicurare la te­nuta dei gas e modificare, tramite il suo profilo piano, conico o scalare, il valore della pressione interna prodotta dall'e-splosione. Il buscione può essere di car­tone fortemente pressato, di plastica o di metallo. La forma piana aumenta la pres­sione interna e riduce il potere innescante della capsula, mentre la forma conica e la scalare abbassano la pressione e facili­tano l'accensione della polvere. I moderni bossoli in plastica montano un buscione di forma quasi piana o conico-aperta, standardizzata per tutte le polveri, poi­ché l'uso della borra di plastica e degli inneschi rinforzati ha enormemente fa­cilitato l'accensione della polvere. Ugual­mente sono scomparsi i bossoli con alto rinforzo interno di metallo o di cartone, rinforzo che formava una camera a pol­vere di volume costante.
L'altezza dei bossoli varia secondo il tipo ed il calibro. Le misure abituali so­no mm 65-67-70 nei calibri standard, mm 76 o più nei magnum o nei calibri supe­riori al 12. In nessun caso bisogna utiliz­zare dei bossoli più lunghi della camera dì cartuccia del fucile, per evitare peri­colosi aumenti della pressione al passag­gio della carica attraverso il raccordo con l'anima dì canna. Si possono invece ado­perare bossoli più corti della camera di cartuccia, quando la differenza di lun­ghezza non sia rilevante, con lieve dimi­nuzione del rendimento della carica. Nei fucili magnum camerati mm 76 è prefe­ribile non usare bossoli di mm 65.
L'altezza del fondello esterno varia di solito da mm 8 a 27, o più. I bossoli del tipo 1 (comuni) hanno fondello di mm 8, quelli tipo 2 (semifini) di mm 12, quelli tipo 3 (corazzati) di mm 16, quelli tipo 4 o 5 (supercorazzati) di mm 25 o 27. L'altezza del fondello esterno ha scarsa influenza sul rendimento della carica, mentre è importante sotto il profilo del­la resistenza del bossolo di cartone. Nei bossoli con tubo di plastica della miglio­re qualità e resistenza, il fondello ha so­prattutto funzione ornamentale, ma que­sti bossoli con alto fondello richiedono una riduzione della carica di polvere, per­ché diminuisce in loro l'esticità e la ca­pacità di espansione del tubo.
Molto si continua a discutere sui pre­gi e difetti dei bossoli in cartone od in plastica, perché l'argomento è tornato di gran moda per motivi ecologici: quelli in plastica inquinano maggiormente, perché il materiale non è biodegradabile. Il bos­solo tradizionale in cartone, se ben co­struito, offre una buona resistenza ed una sufficiente elasticità, ma teme l'umidità e non sì presta a numerose ricariche, Le cartucce caricate con bossolo di cartone, se esposte a lungo in ambienti con forte tasso di umidità, peggio ancora se cado­no in acqua, divengono inservibili. Una discreta protezione può essere garantita da una buona impermeabilizzazione del tubo di cartone, tramite lacche a base di esteri cellulosici, o di grassi insaturi sic­cativi.
I bossoli in cartone si dimostrano pre­feribili, rispetto a quelli in plastica, nel­l'impiego di alcuni tipi di borraggio tra­dizionale in feltro animale, o misto in fel­tro e sughero. Non accusano una sensi­bile mutazione di elasticità del tubo a se­guito delle brusche e sensibili variazioni ter mi che ci ima! ic he, consentono uno scambio più facile e rapido di umidità tra la polvere contenuta e l'ambiente ester­no. Hanno la tendenza a deteriorarsi fa­cilmente a seguito di attrito, a gonfiarsi per assorbimento di umidità, a divenire fragili per un riscaldamento eccessivo, ad allentare con il passare del tempo le pie­ghe della loro chiusura.
Da molti anni il materiale plastico si è affermato nella produzione dei bosso­li, inizialmente per semplicità operativa e per economia, ma poi la tecnica costruttiva si è andata affinando. I primi bos­soli di plastica erano prodotti per iniezio­ne, mancavano di idonea resistenza, pre­sentavano frequenti rotture e fenditure del tubo, si tranciavano allo sparo all'al­tezza dell'orlatura. Mancavano talvolta del fondello metallico, perciò il collarino di plastica non reggeva allo strappo del­l'estrattore, specialmente nei fucili auto­matici.
I moderni bossoli di plastica possono invece utilizzare ottimi materiali, come l'etil-cellulosa, l'acetil-cellulosa, più spes­so il polietilene o politene. Con procedi­menti termici e meccanici di torsione e stiramento a caldo, o di termocompres­sione ed estrusione, le molecole del ma­teriale plastico vengono biorientate, in modo che il tubo acquista maggiore ela­sticità e resistenza alle sollecitazioni mec­caniche e termiche. Si evitano in tal mo­do tutte le deformazioni permanenti del tubo per dilatazione, torsione e sforzo a trazione, perciò i bossoli possono resiste­re a pressioni interne elevatissime e pre­starsi a numerose ricariche. Tutti i bos­soli con tubo in plastica sono oggi prov­visti di fondello metallico, e non vengo­no più prodotti con il procedimento iniezione.Il nostro giudizio è quindi positivo sui bossoli di plastica di buona fattura, per la loro buona impermeabilità e resisten­za all'usura, tuttavia, anch'essi non so­no immuni da difetti. Il materiale divie­ne rigido con le basse temperature, più debole ed elastico con il calore, influen­do sul rendimento della carica con la di­versa dilatazione del tubo e con la diffe­rente resistenza allo svolgimento dell'or­latura. La relativa impermeabilità del ma­teriale può originare inconvenienti non trascurabili, perché la sua microporosità permette all'umidità ambientale di attra­versare Ìl tubo sotto la pressione atmo­sferica esterna, ma ne ostacola il cammi­no inverso. La polvere contenuta nel bos­solo di plastica può recepire umidità esterna in tempi relativamente brevi, ma cederla soltanto in tempi lunghi.
Se le cartucce di plastica vengono espo­ste lungamente al sole od a fonti di calo­re, per l'aumento di temperatura si for­ma una pressione interna piuttosto ele­vata, l'umidità naturale della polvere vo-latizza, la vivacità deIl’esplosivo aumen­ta ed aumentano anche le pressioni dr sparo. Passa poi del tempo prima che la  polvere di tali cartucce possa riacquista­re il suo tasso di umidità naturale. An­che le cartucce con bossolo di cartone so­no soggette agli stessi fenomeni, ma lo scambio di umidità con l'esterno si rea­lizza nel ciclo di qualche ora, inoltre l'e­lasticità de! tubo non cambia con il va­riare della temperatura ambientale. Le cartucce in cartone soffrono per l'umidi­tà, tuttavia presentano un rendimento più costante con gli sbalzi di temperatu­ra. Se le cartucce in plastica passano bru­scamente da un ambiente caldo ad uno molto freddo, si forma nel loro interno un'umidità di condensazione che non vie­ne assorbita dal tubo oppure dal buscione in cartone, bensì riesce a bagnare la polvere modificandone il rendimento.
Il diverso comportamento allo sparo del tubo di plastica, rispetto a quello in cartone, richiede alcuni accorgimenti, quando nel caricamento si passa dall'u­no all'altro tipo di bossolo. Per la mag­giore elasticità e possibilità di dilatazio­ne, il tubo di plastica aderisce maggior­mente alla camera di cartuccia, provocan­do, allo, sparo un aumento del volume iniziale a disposizione della polvere. La maggiore dilatazione del tubo riduce la tenuta delle borre, di conseguenza, al fi­ne di ristabilire l'equilibrio della carica, può essere utile ricorrere a borre in fel­tro di diametro maggiorato, ad aumen­tare leggermente la dose di polvere, ad usare in molti casi un innesco più ener­gico. Adoperando borre in plastica o cop­pette otturatrici, si riscontrano minori differenze di tenuta a seguito della diver­sa elasticità dei due tipi di bossolo, per­ché le coppette di base delle borre in pla­stica si dilatano ad opera della pressione interna, aderendo comunque alle pareti interne ed in tal modo evitando quasi completamente le fughe di gas.In ogni caso, a parità degli altri com­ponenti della cartuccia, si riscontrano maggiori pressioni e velocità iniziali con tubi di cartone, anche perché l'orlatura praticata nei tubi di plastica presenta quasi sempre una minore resistenza allo svolgimento. Un orlo leggermente più profondo del tubo di plastica elimina qua­si sempre tale differenza di resistenza. La diversità di comportamento dei due tipi di bossolo può sempre essere corretta da lievi modifiche del dosaggio nel carica­mento pratico. La profonda differenza di caratteristiche e di rendimento, che esiste tra borraggio tradizionale in feltro od in sughero e borraggio in plastica, al con­trario è il fattore che maggiormente in­cide sulla necessità di adottare un diver­so dosaggio delle cariche. Dall'avvento della retrocarica nelle ar­mi da caccia, si è tentato in ogni tempo di utilizzare, nelle cartucce a pallini, bos­soli metallici di ottone, di alluminio, di acciaio nichelato o cromato. Questo ti­po di bossoli non ha avuto fortuna, per­ché provoca una precoce usura dell'arma, richiede borraggio di apposito diametro, non può essere orlato con tradizionali si­stemi ed utensili. 
-BOSSOLO SVASATO SOLO ORLATURA STELLARE
-BOSSOLO NON SVASATO SOLO ORLATURA TONDA
 
- LA SCELTA DELL'INNESCO
 
La capacità d'accensione dell'innesco varia moltissimo da un tipo all'altro di apparecchio, secondo le caratteristiche e la quantità di miscela che contiene, la forma e la lunghezza della sua vampa di detonazione, il volume e la temperatura dei gas emessi, il tempo di detonazione ecc. I vecchi inneschi con miscela a base di fulminato di mercurio emettevano una modesta quantità di gas, ma con altissima temperatura, quindi risultavano erosivi e corrosivi per i loro residui acidi. Gli inneschi moderni contenenti miscela antiruggine a base di sii ("nato di piombo, detti anticorrosivi o inox, emettono al contrario una forte quantità di gas ma con temperatura molto inferiore. Per questo motivo vengono anche definiti inneschi "freddi", per distinguerli dagli inneschi "caldi" a base di fulminato.
Attualmente le grandi industrie di munizioni non producono più gli inneschi comuni tipo 5,45 o 6,45, che servivano per le polveri vivaci e per i piccoli calibri, come hanno abbandonato gli inneschi DFS o DFC a base di fulminato di mercurio. Gli inneschi di produzione odierna sono generalmente DFS del tipo "209" (con miscela inox, di media potenza, specifico per le polveri Ball Powder), con miscela allo stifnato e un corpo del diametro di 6,15, 6,20 mm. Quasi tutti hanno media o forte potenza perciò causano alcune difficoltà nel caricamento delle vecchie polveri di combustione vivace. La Fiocchi di Lecco produce due soli tipi d'innesco:
 
DFS.615 SUR di potenza medio­-bassa,corpo nichelato o ramato e isolante sottoforo di colore ARANCIO/ROSSO
DFS.616 SUR di alta potenza,corpo nichelato o ramato e isolante sottoforo di colore BIANCO . 
La genovese Martignoni  offre invece tre inneschi: 
DFS.684 di bassa potenza (cartoncino giallo),
DFS.686 di potenza media (cartoncino rosso aragosta),
DFS.688 di elevata potenza (cartoncino verde). Anche i tre inneschi Martignoni sono del tipo inox.                                                                                          
La Cheddite di Livorno distribuisce due inneschi Clerinox: 
 
CX 50 bassa potenza, corpo ottonato e laccatura protettiva di vernice rossa.
CX 1000 di potenza media (corpo ottonato) e laccatura protettiva di colore NERO
CX 2000 dì alta potenza (corpo ramato), e laccatura protettiva di colore NERO ; entrambi tipo inox. 
Ironia del destino, non esiste più il 209 della BW Italia che ha chiuso i suoi stabilimenti di Anagni e carica le sue cartucce su altre linee: nel mondo sono però disponibili altri inneschi "209" o comunque equivalenti, quali ad esempio il Sellier & Bellot 209 (sovrapponile al 209 BW), il 209 della Winchester USA (il vero capostipite della dinastia), il CCI 209 americano, il finlandese Kemira (Vithavuori). Alcuni di questi inneschi sono saltuariamente importati in Italia, ma la disponibilità sicura è solo per i prodotti Fiocchi, Martignoni e Cheddite, ottimi e più che sufficienti per tutti i caricamenti delle cartucce di normale diffusione.
Nelle cartucce con una carica normale in relazione al calibro (né maggiorata, né molto leggera o ridotta), gli inneschi potenti servono per polveri di lenta combustione (dette pro­gressive), o comunque d'accensione iniziale difficoltosa; quelli di potenza media servono per le polveri semivivaci mentre gli inneschi di bassa potenza si usano per le polveri vivaci. Questa norma non solo non è più valida, ma addirittura s'inverte per gli inneschi di alta e bassa potenza, quando sono utilizzati in cariche .ridotte o maggiorate. Infatti nelle ridotte viene fatto uso di polveri vivacissime e di inneschi potenti, per garantire la completa combustione  della polvere e un giusto valore di pressione, nonostante l'insufficiente intasamento (vedi cartucce da Trap). Al contrario, nelle cariche fortemente maggiorate, nonostante l'uso di polveri progressive e di non fucile accensione, vengono talvolta impiegati inneschi leggeri per rendere ancora più lenta la combustione della polvere. L'abbinamento polvere-innesco, quindi, non segue più una regola fissa, ma deve essere valutato caso per caso, in dipendenza non solo della vivacità della polvere, ma anche del peso della carica, delle caratteristiche del borraggio (come tenuta dei gas, durezza e attrito in canna), della resistenza dell'orlatura. Nelle cariche medie del calibro, se non è possibile usare un innesco leggero con una polvere vivace, talvolta viene impiegalo un innesco di potenza media, riducendo opportunamente la dose della polvere. Questo adattamento a un innesco troppo polente può essere sconsigliabile con alcune polveri vivacissime, come le vecchie granulari fibrose, perché occorre operare una riduzione troppo sensibile della polvere, ottenendo insufficiente velocità iniziale dei pallini per contenere il valore di pressione nella norma. Il caricatore deve assolutamente cercare il migliore abbinamento tra polvere e innesco, nel rispetto degli altri parametri che determi­nano l'equilibrio della carica. Se manca di esperienza propria, è consigliabile ricorrere al suggerimento della ditta che fabbrica la polvere, alla lettura di un buon manuale di caricamento, alle indicazioni che vengono fornite dalla rubrica di una rivista specializzata. Occorre ricordare che non sono soltanto peri­colose le cartucce che sviluppano un'altissima pressione, ma anche quelle che generano una pressione troppo bassa. L'accoppiamento di un innesco troppo debole a una polvere di difficile infiammazione, se non avviene in una carica maggiorata, può generare un "fuoco lungo ossia una deflagrazione della polvere oltre la camera di cartuccia, causando lo scoppio o il gonfiamento del tubo.
Preghiamo perciò i lettori dì non tentare esperimenti di balistica, mutando ad arbitrio il tipo d'innesco che sulle tabelle di caricamento è abbinato alle diverse cariche di tutte le polveri. Spesso le dosi che sono indicate sulle tabelle costituiscono il limite massimo tollerabile per il tipo di polvere e d'innesco, di borraggio e peso dei pallini. La sostituzione dell'innesco con altro di diversa potenza potrebbe dare un serio dispiacere.
 
- LA SCELTA DELLA POLVERE
 
 
È assolutamente sconsigliabile il caricamento di cartucce a pallini con polveri ottenute da esplosivi bellici, tramite una grossolana macinazione dei grani e seguente bollitura (per togliere gli additivi flemmatizzanti), o con propellenti civili per le armi rigate, inadatti per l'eccessiva lentezza di combustione. Parimenti è sconsigliabile caricare polveri da caccia delle quali non conosciamo origine e composizione, qualità e stato di conservazione, potenziale e vivacità. Le cartucce a pallini devono essere confezionate con buone polveri da caccia, possibilmente fabbricate da una ditta affidabile per serietà commerciale, a scopo di riscontrare una buona costanza del prodotto nei diversi lotti.
Prima di adoperare una polvere, è necessario conoscere se la sua combustione è vivace, semivivace o lenta, quale potenza d'innesco richiede, qual è il suo potenziale, se contiene solo nitrocellulosa o anche nitroglicerina e in quale percentuale, la dose massima accettabile, quale peso di pallini può lanciare. Se non siamo in possesso della totalità di queste informazioni, non resta che affidarsi al consiglio di un esperto. Orientativamente, possiamo dire che le polveri si suddividono in due grandi categorie.
 
Le polveri a base di nitrocellulosa sono dette monobasiche
 
Le moderne polveri senza fumo, me­glio definite polveri colloidali per il par­ticolare stato in cui si trovano Ì compo­nenti, vantano circa un secolo di vita, de­rivando dalla scoperta del Vieille del pro­cesso dì gelatinizzazióne della cellulosa (1884), e dalla scoperta di Nobel della ballistite, tramite gelatinizzazione della ni­trocellulosa  con nitroglicerina (1888). La prima polvere senza fumo risale invece al 1865, anno in cui Schultze brevettò la famosa polvere omonima a base di nitro-lignina, ossia di prodotti della nitrazio­ne del legno. I caratteri balistici dei mo­derni propellenti derivano però in mas­sima parte dalla gelatinizzazione, ossia ri­sultano in stretto rapporto con la natura colloidale di questi prodotti. La loro ef­fettiva nascita può essere perciò datata storicamente dalle osservazioni del Vieil­le, le quali consentirono l'utilizzazione a scopo propulsivo del fulmicotone e del cotone collodio.
Questi potenti esplosivi non possono infatti venire impiegati al loro stato fibroso originario nelle armi da fuoco, in quanto detonano. La loro velocità di di­sgregazione deve essere ridotta con ac­corgimenti tecnici, dei quali il più perfe­zionato ed efficace è costituito appunto dalla modificazione della loro struttura fibrosa in colloide.
Ne consegue che le polveri a singola base migliori e tecnicamente più moder­ne sono quelle a gelatinizzazione comple­ta, le quali risultano tanto più perfezio­nate e stabilì, quanto più spinta e perfetta è la loro trasformazione in stato col­loidale, quanto più difficile risulta il procedimento inverso di risoluzione, cioè di ritorno della nitrocellulosa ad un potenziale stato fibroso. Non è difficilis-simo comprendere che quanto più omo­geneo risulta l'impasto gelatinizzato della polvere, tanto minore è la sua possibili­tà dì fissare acqua chimicamente (quindi assorbire umidità atmosferica), tanto più regolare risulta anche la combustione del singolo grano dì polvere, procedendo per strati paralleli a velocità costante.
La maggiore o minore capacità di as­sorbire acqua, cioè dì fissarla fisicamente, deriva invece dal grado di microporosità dell'impasto. Tale microporosità, sempre intenzionale, viene creata nella massa della polvere con l'introduzione in fase di lavorazione di sali solubili di po­tassio a granulometria controllata, sali che successivamente vengono eliminati tramite ripetuti lavaggi. Questa «prorofizzazione» dei grani, se da un lato può rendersi indispensabile per facilitare l'ac­censione della polvere o per regolarne la velocità di combustione, d'altro lato non giova al suo grado di permeabilità superficiale, perché i vacuoli dell'impasto pos­sono venire occupati da acqua. Una ge­latinizzazione spinta rende inoltre mol­to più difficile e più lento quel processo di autodecomposizione della polvere, a cui le monobasiche sono soggette in mo­do particolare. Secondo il diverso criterio di suddivisione che viene seguito, le polveri monobasiche possono essere raccolte in ordi­ni diversi di categorie, che brevemente ricorderemo:
—  suddivisione per densità volumetri­ca: dense, semidense, voluminose;
—  per composizione fisico-chimica: non gelatinizzate, parzialmente gelatiniz­zate, totalmente  gelatinizzate;
—  per forma: granulari, discoidali, la­mellari, a tubicino, a ciambella;
—  per tecnologia di produzione: gra­nulate, laminate, estruse;
—  per struttura d'impasto: fibrose,porose, compatte;
—  per vivacità: vivaci, semivivaci, lente, lentissime;
—  per andamento dello sviluppo gas­soso: digressive, costanti, progressive;
—  per potere calorifico: potenziale basso, medio, alto;
—  per composizione chimica: norma­li, modificate.
Possiamo accennare che una monoba­sica viene definita «normale» quando ri­sulta composta per oltre il 95% da nitro-cellulosa pura, unita ad una piccola quan­tità di umidità, di eventuali sostanze re­frigeranti, di stabilizzanti e plastifican­ti. Viene invece definita «modificata» quando contiene un solvente residuo at­tivo, cioè un nitroestere, che non solo ha lo scopo di ritardare l'autodecomposizio­ne della polvere, aumentando la stabili­tà del colloide, ma riveste pure il compi­to di migliorare il bilancio di ossigeno in fase di esplosione, innalzando il potere calorifico, quindi potenziando l'esplosio ne stessa.Non prenderemo in considerazione né le granulari fibrose non gelatinizzate, né quelle a gelatinizzazione incompleta, per­ché sono polveri che hanno fatto il loro tempo. II difetto primario delle monoba­siche completamente gelatinizzate, difet­to da cui derivano altre caratteristiche ne­gative, consiste nella mancanza di un sol­vente fìsso. La loro massa non ottiene mai uno stato colloidale perfetto, ma for­ma un «gel» di cotone collodio disperso e fibre di fulmicotone rigonfiate sempli­cemente. Il loro stato colloidale risulta quindi reversibile, inoltre l'allontanamen­to del solvente volatile innesca in queste polveri un secondo processo chimico di autodecomposizione, con lento sviluppo di vapori nitrosi.Da questa scarsa stabilità delle mono­basiche deriva la necessità di fare ricor­so a stabilizzanti tipo difenilammina o centralite, a plastificanti come il dietilftalato o gli uretani, a solventi poco vola­tili come gli acetati di etile o di butile, riconoscibili per l'odore dolciastro che imprimono alla polvere. Allo stesso sco­po talvolta vengono aggiunti all'impasto dei nitresteri, che non svolgono solo azione plastificante, ma anche di potenzia­mento del propellente, dando vita alle monobasiche modificate.
L'inferiore stabilità fisico chimica delle monobasiche rispetto alle balistiti (a ba­se di nitrocellulosa e nitroglicerina), la lo­ro maggiore sensibilità all'umidità am­bientale, costituiscono il vero difetto del­le monobasiche, ma non rappresentano le uniche caratteristiche negative. La ca­renza di ossigeno delle nitrocellulose pro­voca una riduzione della temperatura di esplosione, la presenza di gas non com­pletamente combusti, quale l'ossido di carbonio, che non si è potuto ridurre in anidride carbonica. La temperatura di esplosione relativamente bassa riduce il potenziale delle monobasiche, quindi il lavoro meccanico che possono svolgere, richiedendo un più alto dosaggio con scarsa economia d'impiego. Tuttavia, la bassa temperatura di esplosione riduce anche il potere erosivo dei gas, consente di regolare meglio la velocità di combu­stione, aumenta la versatilità della pol­vere verso le cariche pesanti di pallini, ri­duce il riscaldamento delle canne del fu­cile.
Tra i pregi delle monobasiche ricorderemo la scarsa sensibilità al freddo inten­so, la possibilità di ottenere alte velocità dei pallini con pressioni dì canna contenute, la ridotta fiamma di bocca, il ru­more non sgradevole dell'esplosione. Al­tri vantaggi sono costituiti dalla facilità di dosaggio in virtù della voluminosità, la scorrevolezza dei grani, soprattutto la possibilità di influire facilmente sulla vi­vacità mutando forma e dimensioni di granitura, composizione chimica di base, grado di porosità, od aggiungendo addi­tivi refrigeranti. Mutando la velocità di combustione di una stessa polvere, pos­siamo renderla idonea ad un'ampia gam­ma di cariche, dalle leggere alle magnum. Spesso la vivacità delle monobasiche vie­ne rallentata tramite una «verniciatura» con solventi, migliorando lo stato colloi­dale della cuticola dei grani, cioè della lo­ro superficie esterna.
La sensibilità all'umidità di queste pol­veri può essere ridotta con l'impiego pre­valente di fulmicotone, dotato di inferio­re capacità di fissare acqua. L'acquisizio­ne di umidità provoca un'imponente ri­duzione di rendimento in fase di esplo­sione, perché si forma vapore acqueo che abbassa la temperatura dei gas, riduce la pressione in canna e la velocità dei palli­ni. Le notevolissime variazioni del tasso di umidità atmosferica, che si verificano nella nostra penisola per condizioni climatiche, stagionali ed ambientali, rendo­no importante la scelta di monobasiche capaci di recepire una scarsa quantità di acqua.
 Le polveri che contengono nitrocellulosa e nitroglicerina, in diversa percentuale, vengono invece definite a due basi
Perche' nella deflagrazione entrambi i componenti risultano attivi. 
Le polveri a doppia base contengono la nitroglicerina, potentissimo esplosivo, come solvente fisso che si combina con la nitrocellulosa dando origine ad una massa cornea e traslucida, la cui viscosi­tà è regolabile. Questo impasto può es­sere trasformato in polvere tramite un'ap­posita granitura, regolando la quale vie­ne conseguita una velocità di esplosione nota e controllabile. Tutte le polveri for­mate da questi due composti esplosivi in percentuale variabile, con o senza even­tuale aggiunta di sostanze plastificanti, stabilizzanti o refrigeranti, sono definite a doppia base, essendo formate da due esplosivi attivi.
La più classica delle doppie basi è la balistite, composta per il 50% da coto­ne collodio, cioè da cellulosa a bassa ni­trazione, e per il restante 50% da nitro­glicerina. La balistite viene definita «at­tenuata» quando la nitroglicerina scende nella composizione al di sotto del 40%, ma esistono da tempo doppie basi a bas­sa e bassissima percentuale di nitroglice­rina, in cui la gelatinizzazione della ni­trocellulosa viene completata con aggiun­ta di solventi volatili. Questa tendenza a ridurre la percentuale di nitroglicerina deriva dal desiderio di abbassare le ca­pacità erosive e corrosive delle balistiti, che risultano troppo «calde» e danno ori­gine a residui acidi.
Le balistiti infatti sono dette calde, od a combustione completa, perché hanno un alto tenore di ossigeno, che completa la combustione del carbonio, elevando il loro potere calorifico. La balistite ha un potere calorifico di 1200-1450 calorie al grammo, ed una temperatura di esplosio­ne di 3500°C, Una monobasica gelatiniz­zata ha dì solito un potere calorifico di 900-950 cal/g, ed una temperatura di esplosione di 2700°C, come abbiamo detto in precedenza. La principale carat­teristica negativa delle balistiti sarebbe quindi costituita da una maggiore capa­cità erosiva nei confronti dell'acciaio del fucile, ma questo suo difetto si manife­stava soprattutto nelle armi rigate di gros­so calibro, in particolare di uso bellico, in cui sono state sostituite da tempo da polveri tribasiche contenenti nitroguanidina, o da altri propellenti refrigerati con dinitrotoluolo. L'erosione prodotta dal­le balistiti è invece molto limitata nei fu­cili da caccia a canne Esce, destinati a spa­rare un numero ridotto di colpi.
Dovrebbero essere ridimensionate al loro reale valore anche altre caratteristi­che negative delle balistiti, quali una for­te sensibilità ai freddi intensi, la natura corrosiva dei residui, la potenziale carat­teristica di trasudare nitroglicerina, l'e­levato fragore di sparo, il rinculo violen­to, la lunga fiammata alla bocca del fuci­le. L'acciaio delle canne fonde ad una temperatura molto inferiore rispetto a quella raggiunta dai gas di esplosione del­le polveri di ogni tipo, sia calde che fred­de. L'acciaio delle canne resiste allo spa­ro perché risulta sottoposto a tali temperature per un tempo brevissimo, valu­tabile in circa tre millesimi di secondo. Le polveri di qualsiasi tipo sono perciò in condizioni di generare erosione, ma ri­ducono soltanto in modo trascurabile la vita funzionale delle canne lisce, anche per il motivo che queste sono spesso pro­tette da cromatura interna.
I fenomeni dì corrosione delle canne sono dovuti in maggiore misura ai resi­dui igroscopici di alcune miscele inne­scanti, più che ai residui acidi delle pol­veri. Con il freddo intenso le balistiti ri­chiedono più facilmente un aumento del­la potenza dell'innesco, perché allo sta­to puro la nitroglicerina solidifica a cir­ca 13°C. Se vengono innescate in modo conveniente, in virtù dell'elevato poten­ziale e del rapido sviluppo dei gas, più fa­cilmente operano una combustione com­pleta anche con le basse temperature, ot­tenendo un accettabile rendimento bali­stico anche in quelle condizioni estreme, in cui le monobasiche bruciano in modo irregolare ed incompleto. La possibilità delle balistiti di trasudare nitroglicerina, che nel passaggio da alte a basse tempe­rature potrebbe cristallizzarsi e divenire pericolosa, può rappresentare un perico­lo grave per i grossi depositi di esplosi-yo, ma solo un problema teorico e quasi inesistente per la cartuccia a pallini.
Lavampa secondaria di bocca è stata pressoché eliminata in alcune balistiti prodotte dal gruppo BPD - Sipe Nobel, modificando il ciclo dì produzione ed im­piegando additivi che non riducono, od abbassano pochissimo, la temperatura dei gas di esplosione. Queste sostanze inter­feriscono nella reazione che avviene alla bocca della canna, impedendo o riducen­do la riaccensione dei gas, in parte com­posti da monossido dì carbonio ed idro­geno.
Moderne polveri a doppia base atte­nuata sono costituite dalla serie delle No­bel Glasgow serie 80, e da quella delle Ball Powder di nuova produzione statu­nitense o belga, Queste categorie di mo­derne polveri rappresentano la naturale evoluzione delle doppie basi, perché la lo­ro percentuale di nitroglicerina risulta molto bassa, la stabilità fisica e chimica sono ottime, il potenziale abbastanza ele­vato, notevole la costanza di rendimen­to nelle condizioni climatiche più sfavo­revoli.
 
Nell'impiego delle varie polveri è necessario non oltrepassare, per nessun motivo, la dose massima consigliata dal fabbricante, il quale in genere suggerisce anche quale variazione la polvere ammetta nella carica dei pallini. Prescindendo dalla composizione chimica di una polvere  e di riflesso dal suo potenziale  il peso della carica di pallini che può spingere dipende soprattutto dalla sua vivacità, cioè dalla velocità di deflagrazione. Le polveri vivaci sono adatte alle cariche leggere di piombo, le semivivaci alle cariche medie, le polveri lente alle cariche pesanti, le lentissime alle cariche maggiorate, cioè alle magnum. Entro certi limiti e a condizione di essere in possesso di una notevole esperienza di caricamento, è possibile modificare il grado di vivacità di una polvere, cambiando la sua dose o quella del piombo, mutando l'assetto o la natura dei componenti della cartuccia e la potenza dell'innesco. Si tratta di un complesso di accorgimenti assai difficili e pericolosi, che non sempre riescono nel loro scopo, se non parzialmente. Il caricatore inesperto deve rassegnarsi a percorrere la retta via, scegliendo il tipo di polvere in base alla carica dei pallini che desidera sparare e che il fucile permette in relazione al calibro, al suo stato di  conservazione, alla robustezza, al peso. Ovvio ricordare che il peso della carica di piombo deve tenere conto della numerazione dei pallini utilizzati, della mole del selvatico, della sua resistenza alle ferite, della distanza di tiro. Tentare di modificare le caratteristiche di una polvere facendola asciugare vicino a una fonte di calore, è una pratica assai pericolosa, perché la perdita del tasso naturale di umidità vivacizza e potenzia il propellente. La polvere. inoltre, non deve restare a lungo esposta all'aria aperta, soprattutto quando esiste una forte umidità atmosferica, perché l'assorbimento di acqua riduce il suo potenziale, ne rallenta la combustione e ne favorisce la decomposizione spontanea. La polvere deve essere conservata in scatole metalliche sigillate, sempre a temperatura ambiente. Pessima abitudine è innescare una polvere lenta con un petardetto di polvere vivace. Nella maggior parte dei casi, si ottiene una combustione irregolare della carica primaria, perché la repentina deflagrazione del petardetto provoca 1' avanzamento del borraggio prima che la polvere principale si sia completamente accesa, facendola bruciare con maggiore spazio disponibile. Se l'innesco in nostro possesso non ha sufficiente capacità d'accensione per la polvere che vogliamo utilizzare, occorre rinunziare al caricamento delle cartucce o acquistare un innesco più energico.
Abitudine ancora più pericolosa dell'adozione di un petardetto è quella di modificare la granitura di una polvere macinandola oppure setacciandola se è una granulare, per eliminare i grani più grossi. Le dimensioni dei grani vengono studiate per ottenere una determinata velocità di combustione. Ugualmente scon­sigliabili sono i miscugli di varie polveri, soprattutto quando queste hanno forma dei grani, densità e potenziale molto diversi. Le cartucce caricate con questi miscugli non possono dare prestazioni costanti, perché nella loro carica varia molto la percentuale esistente tra le diverse polveri.
 
  
- DENSITA' DI CARICA E COMPRESSIONE DEL BORRAGGIO
 
 
La grande maggioranza delle polveri richiede un naturale assestamento all'interno del bos­solo, con la colonna del borraggio sovrapposta a sicuro ma leggero contatto. Poche polveri esigono una maggiore densità di carica, nel qual caso il loro fabbricante di solito precisa il valore della pressione statica da esercitare sul borraggio. In nessun caso la polvere deve essere compressa nel bossolo a colpi di martello per vivacizzarne e renderne completa la combustione. Una fortissima compressione può frantumare i grani di una polvere con una struttura fibrosa, accelerando oltre limite la sua deflagrazione.
Altrettanto sconsigliabile lasciare un vuoto d'aria tra polvere e borra sovrastante perché si può causare una combustione incompleta o ritardata. In genere, anche caricando polveri vivaci, la colonna del borraggio deve essere assestata con un peso statico di almeno 2 kg.
 
 
- LA SCELTA DEL BORRAGGIO TRADIZIONALE
 
 
 
Appartengono al borraggio classico le borre in puro feltro di lana ingrassato, in feltro misto di lana e di crine ingrassato, in feltro vegetale. in agglomerato di sughero, o il borraggio sfuso (detto impropriamente chimico). Fanno pane del borraggio tradizionale anche le borre pneumatiche, attualmente quasi scomparse. gli spessori di sughero o cartalana, i feltrini di riempimento, i cartoncini e quant'altro viene catalogato come borraggio complementare. In genere il borraggio tradizionale viene usato per caricare i bossoli in cartone delle "cartucce ecologiche", per ottenere munizioni che producano rosate con largo diametro oppure munizioni di tipo economico e di modeste prestazioni. quasi sempre usate nei piccoli calibri. Eccezion fatta per le migliori borre in feltro di lana ingrassato o per le borre di agglomerato di sughero cinturate con feltro ingrassato, tutte le borre tradizionali possono essere considerate di rendimento mediocre o scadente. In genere ricorre al borraggio in feltro chi desidera evitare l'incremento di pressione originato dalle borre in plastica, o l'incremento delle concentrazioni causato dal contenitore.
Oggi le vere borre in feltro di lana mista a crine animale sono quasi totalmente scomparse dal mercato perché la loro richiesta si era troppo ridotta per l'affermazione dei nuovi componenti di caricamento in plastica. Vengono perciò impiegate borre in feltro vegetale ingrassato, con funzione complementare di riempimento in quanto sovrapposte a una coppetta otturatrice in plastica, che acquista compito di borra principale perché incaricata delle tenuta dei gas. Le borre in feltro vegetale, infatti, se impiegale da sole non hanno sufficiente capacità di tenuta e sono troppo rigide. Un'ottima borra in feltro animale deve risultare leggera, dotata di superfici piane e di fianchi perfettamente perpendicolari, ingrassati per una profondità di circa 2 mm. Deve anche essere soffice ed elastica, perché sotto compressione i fianchi si devono espandere radialmente forzando con la parete interna della canna, aumentando quindi l'attrito di scorrimento e la tenuta dei gas. Le borre troppo pesanti tolgono energia utile ai pallini e non incrementano la tenuta in canna. Per questo motivo possibilmente sono da evitare borre in feltro con altezza che supera i           15 o 16 mm circa. Preferibile aggiungere uno spessore di agglomeralo di sughero o di cartalana, per raggiungere la necessaria altezza della colonna del borraggio. Nei bossoli in cartone del cal. 12, per una buona borra in feltro animale è sufficiente un'altezza di 8, 10   mm. Nei bossoli di plastica, invece, le borre di feltro di qualsiasi tipo e altezza non raggiungono una buona tenuta dei gas. a meno che non abbiano un diametro maggiorato, nel qual caso però possono originare elevate pressioni in canna.
Un caricamento razionale preferisce usare borraggio tradizionale nei bossoli in canone, esclusivamente borraggio in plastica nei bossoli in plastica allo scopo di ottenere una certa affinità ira borra e bossolo nella dilatazione del materiale. Le borre in sughero o in cartalana in genere richiedono un leggero aumento della dose di polvere rispetto alla borra di feltro animale, perché la loro tenuta è inferiore, quindi provocano un abbassamento di pres­sione in canna. Il rendimento del borraggio sfuso è ancora peggiore, lasciando molto a desiderare.
La coppetta otturatrice in plastica rientra nel borraggio tradizionele e va a stretto contatto con la polvere (non a pressione) svolge la duplice funzione di borra primaria di separazione e di tenuta dei gas. 2) Borra vera e propria in feltro vegetale o di lana ingrassati (il secondo è di più elevata qualità, anche se il massimo sono quelle in crine di cavallo, ...ma chi le trova più?); è questa la borra principale, quella che entrando nel bossolo a leggera forzatura avrà il compito dì «tenere» i gas e trasmetterne la forza di spinta alla carica di piombo. La tecnica di confezione è in sé semplice, necessita tuttavia di una certa manualità ed attenzione. Innanzitutto è necessario che la polvere sia perfettamente assestata all'interno dei bossoli sul piano orizzontale; per farlo è sufficiente scuotere dolcemente la palmella dandogli alcuni colpetti, la forza di gravita farà il resto.Le coppette devono essere inserite una per una a fondo, a stretto contatto con la polvere, bene in piano e mai -neppure parzialmente di taglio; è per questo che serve il calcaborre graduabile, sarà lo strumento con cui esercitando una pressione minima ma costante, per qualche secondo, terremo giù la coppetta in modo che non rimanga aria residua tra la medesima e la polvere,
A questo punto il mio consiglio è di caricare subito una cartuccia con la borra principale e gli eventuali sugherini o spessori in cartalana, calcare leggermente, verificare l'altezza complessiva della borra, sovrapporre una dose di piombo uguale a quella con cui caricheremo tutte le cartucce e accertarsi che nel bossolo rimanga sufficiente spazio per effettuare il tipo di chiusura che ci siamo prefissi.
 
 
- LA SCELTA DEL BORRAGGIO IN PLASTICA
 
I l borraggio in plastica può essere costituito da elementi con varia forma e funzione.
Comprende infatti le coppette otturatrici. le borre biorientabili. le borre-contenitore a corpo cilindrico (o borreguaina) con una borretta  interna in sughero, le borre-contenitore monopezzo con stelo elastico o scorrevole, cioè regolabile in altezza. Le coppette otturatrici
servono in genere a migliorare la tenuta di una colonna di borraggio tradizionale in feltro o in sughero. Sono costituite da una coppella biorientabile, di solito alta 6. 8 mm. che viene posta a contatto della polvere per assicurare, grazie alla dilatazione del sottile bordo alla base, la tenuta dei gas. Sono esistite coppette otturatoci in cuoio ed esistono ancora in cartone, ma la plastica a bassa densità è il materiale migliore per produrre le coppelle. Le borre in plastica delle "biorientabili" sono costituite da uno stelo elastico, che è fornito alle
Due estremità da identiche coppette con bordo abbastanza alto. Non necessitano pertanto di essere orientate nel veloce caricamento automatizzato delle cartucce. Le biorientabili sono state prodotte per evitare le concentrazioni del contenitore. La coppetta a contatto della polvere riesce a intrattenere i gas a tergo, mentre quella opposta fornisce una base di appoggio alla colonna dei pallini. Le biorientabili vengono impiegate soprattutto nelle cartucce di piccolo calibro o in quelle dei calibri medi destinate a tiri corti,'tiri che quindi necessitano di accentuata dispersione dei pallini. La borra-contenitore a corpo cilindrico, o borraguaina. offre il vantaggio di un'ottima tenuta e della indeformabilità, perché non può cedere su un fianco per la presenza della borra interna in sughero, ma è poco flessibile e piuttosto pesante. Per questo motivo richiede in genere una leggerissima riduzione della dose di polvere, rispetto alla borra-contenitore monopezzo a stelo elastico.
Quest'ultima può essere considerata la borra più moderna e perfezionata, appunto perché leggera e flessibile, inoltre per il vantaggio che offre della riduzione delle deformazioni dei pallini e delle dispersioni. Realizzata completamente in plastica, presenta uno stelo che congiunge la coppetta di base al bicchierino di protezione. Lo stelo, detto anche gambo o. meglio, "corpo centrale", viene costruito con una forma che gli permette di flettersi sotto compressione, formando così un elemento elastico che ammortizza la violenta spinta dei gas di esplosione. La borra-contenitore di qualsiasi tipo deve essere posta con la sua coppetta di base a diretto contatto della polvere. Essa provoca un notevole aumento delle pressioni interne delle cartucce per due motivi: garantisce una tenuta dei gas pressoché perfetta; aumenta nella canna l'attrito di scorrimento della carica, per l'ampia superficie di contatto che si viene a creare tra plastica e acciaio. Tutte le borre di plastica, di qualsiasi tipo, con o senza contenitore, esigono perciò una sensibile riduzione della dose di polvere rispetto al borraggio in feltro. Questa riduzione, che è minima per la semplice coppetta otturatrice e massima per la borraguaina cilindrica, può raggiungere e superare il 10, 12% del peso della polvere per alcune monobasiche, ma in genere sì limita nelle polvere a doppia base a circa 10 centigrammi, sempre in relazione alle cariche con barra in feltro. L'elasticità della borra-contenitore in plastica riduce molto le deformazioni dei pallini per schiacciamento. M contenitore ha lo scopo di proteggere il piombo dal calore dei gas e dall'attrito in canna, riducendo appunto defor­mazioni e sfaccettature dei pallini per contatto diretto col tubo di acciaio. Il contenitore inoltre protegge lo sciame dei pallini dal soffio di bocca dopo l'uscita dalla canna. Il loro gassoso infatti può provocare lo scompiglio dello sciame nei primi centimetri di traiettoria, specialmente quando la pressione alla bocca della canna si mantiene piuttosto alta. Il contenitore, riesce perciò a limitare il valore delle dispersioni dei pallini, offrendo rosate non solo più raccolte, ma anche più regolari nella distribuzione. La borra-contenitore permette di realizzare cartucce che sviluppano altissime velocità, sia iniziali che residue, a grande distanza perché il piombo poco deformato riesce a conservare più a lungo la sua velocità, quindi anche l'energia. Poiché il contenitore limita le dispersioni, inoltre aumenta le concentrazioni, ossia il raggruppamento dei pallini al centro di rosata lasciando più sguarnita la periferia, come accennalo in precedenza risulta poco adatto per cartucce destinate ai tiri a breve distanza. Alcune borre-contenitore consentono il taglio delle alette del bicchiere,comportandosi per le dispersioni come le borre biorientabili. quindi non aumentando la difficoltà nel tiro corto. Nel caricamento di alcuni tipi di polvere, è preferibile che lo stelo della borra-contenitore rimanga leggermente compresso all'interno del bossolo, per migliorare la combustione del propellente. In genere è sufficiente una flessione dello stelo di circa1o 2 mm, per garantire una più pronta espansione della coppetta di base alla partenza del colpo, una leggera vivacizzazione della combustione, un modesto aumento della pressione massima della cartuccia. Per calcolare la giusta flessione dello stelo e mantenerla costante sul valore desiderato, è sufficiente provocare in fase di orlatura una retrocessane controllata della colonna dei pallini. Per esempio, scia flessione dello stelo deve essere di 2 mm, è sufficiente lasciare 9 mm di tubo libero sul piombo, poi effettuare una stellare che impegni 11 mm di tubo.
È sempre sconsigliabile esercitare una com­pressione eccessiva su di una borra in plastica, perché questa si può deformare o rompere nello stelo, nella coppetta di base o nel contenitore, dando vita a un colpo anomalo. Quando la borra è troppo bassa e lascia eccessivo spazio alla carica dei pallini, è possibile inserire nel contenitore uno spessore di sughero, di calibro inferiore rispetto alla cartuccia e di opportuna altezza. La borraguaina consente di variare l'altezza del sugherino interno, per adeguare la sua capacità al volume della carica di pallini. Tutte le borre-contenitore monopezzo non soltanto vengono fornite in diverse altezze per adeguarsi alla composizione delle varie cariche, ma la loro stessa altezza è indicata (in millimetri) quasi sempre con due numeri, per segnalare l'entità della possibile flessione dello stelo. Per esempio, la borra-contenitore da 22/19 mm può flettersi di 3 mm, se non compressa misurando in altezza 22 mm, abbassandosi a 19 mm in stato dì massima compressione.
Le borre in plastica (politene a bassa densità), eccettuate alcune provviste di speciali additivi gommosi, divengono rigide con i freddi intensi e possono rompersi nello stelo o nella coppetta di base. Divengono invece troppo deformabili con le elevate temperature ambientali, modificando il rendimento dì cartuccia. Solo le borre-contenitore per pallini di acciaio, che devono superare il collaudo dopo climatizzazione a -20°C, resistono senza rompersi alle basse temperature per l'alto spessore delle pareti, ma soprattutto perché prodotte con lo speciale "politene lineare" a fibre orientate.
Alcune borre-contenitore presentano il difetto della mancata o ritardala apertura di una o più alette (o valve) del contenitore, oppure non sono equilibrate nella distribuzione del peso delle singole partì, perciò tendono a disporsi di traverso nella fase iniziale della traiettoria, liberando i pallini in sciame non ordinalo, o facendoli deviare dall'asse del tiro. Per questi motivi è necessario ricorrere sempre al caricamento di borre in plastica di buona qualità, prodotte da una nota e seria industria. Risparmiare sul borraggio costituisce un'eco­nomia da evitare.
L’USO DELLA BORRA IN PLASTICA

Abbiamo detto che la coppetta di ba­se dei borraggi di plastica costringe la pol­vere a bruciare in uno spazio più ridot­to, e che ciò equivale a «vivacizzare» l'esplosivo. Con tali borraggi anche la me­dia delle pressioni esistenti in canna ri­sulta più elevata, di conseguenza la pol­vere sviluppa un maggiore lavoro utile. Per questo motivo con essi è necessario diminuire la dose di polvere, in percen­tuale che varia secondo il tipo. La dimi­nuzione è indispensabile, non solo per contenere il picco dì pressione massima, ossia per motivi prudenziali, ma anche per ristabilire l'equilibrio della carica.

Tale differenza di rendimento tra le borre di feltro e di plastica risulta di tale entità, che in particolari circostanze, so­prattutto con esplosivi vivaci o con le do­si massime del calibro, può risultare pe­ricoloso non apportare la suddetta ridu­zione di polvere. Questa caratteristica dei borraggi in plastica non deve essere considerata un difetto, bensì un pregio, sia sotto il profilo del rendimento che del­l'economia,

Non esiste una percentuale costante di riduzione della polvere con borre di pla­stica, perché tale riduzione può variare secondo la natura dell'esplosivo, la poten­za dell'innesco, la qualità della borra e del bossolo, il peso dei pallini, il tipo di or­latura, il calibro del fucile. Possiamo di­re che in media tale diminuzione oscilla intorno al 10-13%, ma in casi particola­ri può scendere al 5% come salire al 20%. È quindi indispensabile seguire le istruzioni del fabbricante della polvere, o di opportune tabelle di caricamento, per stabilire l'entità della riduzione del dosaggio.

In ordine scalare crescente di aumen­to di tenuta, quindi anche di pressione e dì velocità di carica, possiamo elenca­re i seguenti accoppiamenti di bossolo e borra:

1)      bossolo in plastica e borra di feltro;

2)      bossolo di cartone e borra dì feltro;

3)      bossolo di plastica e borra di pla­stica;

4)      bossolo di cartone e borra dì plastica.

L'accoppiamento del bossolo di plasti­ca con la borra di feltro fornisce quindi minori pressioni, mentre pressioni più elevare si verificano con il bossolo di cartone e la borra di plastica. Le altre combinazioni, che forniscono valori in­termedi, per vari motivi sono preferibi­li. È intuitivo il criterio di base che spie­ga questa scala dei valori di tenuta dei gas. Il bossolo di plastica è molto più ela­stico, si dilata, perciò tende a diminuire la tenuta di qualsiasi borra e ad abbassa­re le pressioni, mentre il bossolo di car­tone è più rigido. La borra di feltro «tie­ne» in misura inferiore rispetto alla bor­ra in plastica.

Tutto questo è valido in teoria, quin­di serve come orientamento generico nel caricamento delle cartucce. Le reazioni elastiche di ogni accoppiamento di bos­solo e borra sono infatti dissimili tra di loro, si influenzano reciprocamente, il diametro interno del tubo dei bossoli ed il profilo esterno delle borre hanno mi­sure tutt'altro che uniformi e costanti. Solo l'esperienza può dire l'ultima paro­la sull'effettiva tenuta di ogni accoppia­mento tra tipi diversi di bossoli e borre. Può essere sufficiente cambiare tipo o marca di questi elementi per mutare so­stanzialmente il rendimento della stessa carica, con risultati non sempre prevedi­bili. Anche da ciò deriva la necessità di verificare le cartucce con idonei strumen­ti di controllo.

Il contenitore dei pallini richiedereb­be una trattazione separata, rispetto alle borre di plastica, perché esistono borre prive del contenitore, come sono esistiti contenitori isolati sovrapponigli a qual­siasi tipo di borra. Il contenitore riduce le dispersioni perché impedisce l'attrito dei pallini con la superficie interna della canna, li incolonna in sciame affusolato ed ordinato che meglio affronta la resi­stenza e l'effetto divaricatore dell'a­ria, inoltre preserva la carica dello scom­piglio provocato dal soffio di bocca. I pal­lini iniziano a lasciare il contenitore a cir­ca un metro dalla bocca dell'arma, in una zona in cui la turbolenza dei gas ha per­duto ogni effetto. Le percentuali dei pal­lini nel cerchio di rosata aumentano con i contenitori in modo sensibile, fino a punte di circa il 10%, mentre con i col­lari di protezione raramente veniva su­perato un incremento del 5%. Il collare impediva infarti lo sfaccettamento per attrito del pallini esterni della carica, ma non li proteggeva dal soffio di bocca, per­ché si apriva non appena abbandonata la canna.

-L'ORLATURA

Le chiusure si dividono in due tipi: 1) chiusura ad Orlo Tondo e 2) chiusura ad Orlo Stellare:
La prima può essere effettuata con dischetti di cartoncino,sughero o plastica autodisintegrante trasparenti o numerati. La seconda può essere fatta a 6 o 8 pliche, ma diciamo subito che quella universalmente utilizzata in Italia è quella a 6 pliche.
In genere, nei bossoli in cartone l'orlo tondo deve essere praticato su 5-6 mm di tubo libero, mentre nei bossoli in plastica deve occupare 6-7 mm di tubo. La chiusura stellare impegna quasi sempre da 11 a 12 mm di tubo, sia nei bossoli di cartone che di plastica. All'interno della cartuccia finita con qualsiasi orlo, i pallini contenuti devono risultare stabilmente assestati, tanto che, scuotendo il bossolo, non si deve avvertire un forte rumore derivante dal movimento del piombo. Un'orlatura troppo profonda e resistente aumenta eccessivamente le pressioni in canna e vivacizza la combustione della polvere e in pratica corrisponde a un aumento della dose 'di propellente. Al contrario, un'orlatura insufficiente o eseguita in modo imperfetto, rallenta mollo la combustione e origina un notevole abbassamento di pressione e velocità della carica. La chiusura stellare, rispetto all'orlo tondo, richiede un leggero aumenta della carica dei pallini (o una piccola riduzione della dose Idi polvere), fornisce rosate più regolari e meno disperse e in genere incrementa la concentrazione dei pallini.
 
Non tutti sanno che la chiusura ha un ruolo fondamentale nella resa balistica della cartuccia, al pari della quantità di polvere e piombo, ma mentre per polvere e piombo conosciamo esattamente le quantità da utilizzare e siamo in grado di riprodurle fedelmente al centesimo, per la chiusura non è così. Infatti se scorriamo le principali tabelle di ricarica noteremo che in nessuna di esse è contenuta la larghezza e l’altezza della chiusura da effettuare. Per ovviare a questo inconveniente, è possibile però cercare di limitare la possibilità di grossi errori specificando che la larghezza media di una chiusura standard (quindi il bordino) è da considerarsi fra i 1,60 e 2,00 mm. per una chiusura stellare e fra 2,10 e 2,50 mm. per una chiusura ad orlo tondo a seconda della larghezza e del disegno della bobina che utilizzeremo. Bordi diversi da quelli indicati sono da considerarsi anomali e/o utilizzati da caricatori esperti per particolari assetti della cartuccia. Il secondo parametro da utilizzare per essere sicuri di aver effettuato una buona chiusura non anomala, è l’altezza della cartuccia finita. Qui di seguito vi indicherò le esatte altezze di chiusura per i 3 calibri .
Una ultima cosa che il ricaricatore deve sapere: prendiamo il caso che per prova, abbiamo costruito una decina o più di cartucce utilizzando dei bossoli nuovi e queste cartucce, provate a caccia, si sono dimostrate validissime. A questo punto si passerà ad una produzione numerica più consistente (viste le belle performance) e come è normale, ci potrebbe passare per la testa di utilizzare dei bossoli rigenerati (di quelli che si possono trovare in quantità enorme presso i campi di tiro) e da noi re-innescati, per risparmiare nel costo di produzione. A questo punto si deve tenere in considerazione che un bossolo usato, ricalibrato e re-innescato, ha una minore tenuta, sia dei gas che della chiusura, visto che già una volta si è aperta e quindi buona cosa effettuare una orlatura leggermente più profonda (o bassa) di 0,2/0,3 mm. e non di più rispetto alla precedente effettuata su bossolo nuovo. A volte ho sentito dire (perlopiù nei discorsi da bar di cacciatori non più in tenera età) che ad ogni ricarica la chiusura veniva abbassata di 1 mm. E’ la cosa più sbagliata che si possa fare, visto che un abbassamento del genere, potrebbe provocare innalzamenti di pressione di anche 100 bar, che se anche non dovessero rendere la cartuccia pericolosa, la renderebbero di sicuro poco efficace e la lontanissima parente di quella prodotta con il bossolo nuovo.
 La chiusura deve essere perfettamente perpendicolare,di solito al primo passaggio risulta più alta verso il lato dove si trova la leva del trapano,quindi effettuare due o tre discese della bobina,avendo cura di girare la cartuccia ogni volta di 90°.
Usare scrupolosamente un calibro per la misura delle cartucce che devono essere precise al millimetro,anche un solo millimetro più bassa aumenta la pressione di circa 100 bar e oltre a seconda della polvere,quindi pericolosa,un millimetro più alta riduce l’efficienza.
In ultimo la base del trapano orlatore deve essere munita di apposito alloggio crimpato oppure una base in gomma per impedire alle cartucce in fase di orlatura di ruotare. Ungere sempre il bordo dei bossoli con vasellina o olio.
  
- PRESSIONI MASSIME E VELOCITA' INIZIALI
 
Secondo le recenti norme C.I.P. dei Banchi di Prova, la media delle Pmax delle cartucce standard non deve superare: 740 bar nel cal. 12.: 780 bar in quelle del 16: 830 bar in quelle del 20 e dei calibri inferiori: 1050 bar nelle cartucce magnum di lutti i calibri. Quest'ultimo limite vale anche per le cartucce definite "a elevate prestazioni" che non hanno una carica magnum, tuttavia devono essere sparate esclusivamente in armi provate a 1370 bar, anche quando hanno un bossolo di mm 70.
Lo stesso regolamento prevede che nessuna delle cartucce della serie sottoposta a verifica raggiunga una pressione del 15% superiore a questi limiti massimi ammessi per i diversi calibri e tipi di munizione. Per cartucce con pallini di acciaio esistono apposite norme, che riguardano non solo la Pmax ammessa, ma anche il valore della VO e il diametro dei pallini. Non riportiamo questa regolamentazione perché il caricamento di cartucce con pallini di acciaio, che richiede componenti speciali ed è pericoloso, non può essere eseguito dal cacciatore. Nel caricamento personale con pallini di piombo, non disponendo di alcune strumentazione di controllo, il caricatore ha interesse a essere prudente rispettando, per le proprie cartucce, limiti di pressione ancora più severi rispetto alle norme CIP. Le cariche suggerite nelle tabelle di caricamento di questo manuale, se vengono rispettate nella scelta dei compo­nenti e degli inneschi, normalmente producono valori di pressione inferiori ai limiti ammessi dal regolamento internazionale. Alcuni decenni or sono, la velocità iniziale dei pallini ritenuta ottimale era 380 m/s, un valore che anche oggi risulta sufficiente per normali impegni venatori. Attualmente la maggior parte delle cartucce a pallini di produzione industriale raggiunge valori di VO molto superiori, oscillanti da 400 a 420 m/s, in alcune munizioni da tiro a carica ridotta con punte esasperate che sfiorano 450 m/s. È stato intani dimostrato che, agli effetti dell'efficacia balistica terminale, la velocità residua non è mai eccessiva. II celebre fenomeno della passata, che i selvatici spesso effettuano, non deriva dalla velocità in eccesso dei pallini. Ciò premesso, sconsigliamo di ricercare nel caricamento personale valori esasperati di VO, perché le cariche velocissime, che sono spesso al limite della pericolosità, presentano difetti. Difficilmente forniscono rosate compatte e con distribuzione regolare dei pallini, sono inco­stanti, sviluppano un rinculo poco piacevole, non sono adatte alle armi leggere. L'esperienza insegna che il carniere del cacciatore beneficia di cartucce più tranquille, rispetto a quelle troppo "pompate" che mutano facilmente rendimento con le variazioni del clima.
 
- AMBIENTE DI CARICAMENTO
 
Possibilmente le cartucce devono essere caricate in locale chiuso e appartato, in modo che nessuno possa distrarre il caricatore con la sua presenza, o porre le mani sui materiali e sugli utensili. I recipienti contenenti !e polveri da sparo e gli inneschi, oppure i bossoli già innescati, non devono assolutamente giungere nelle mani di bambini o di persone inesperte. Nell'ambiente di caricamento non debbono esistere sorgenti libere di calore, almeno per il tempo in cui viene manipolata la polvere. Fumare in tale ambiente è una gravissima imprudenza, perché una semplice distrazione può causare un incidente. Il locale non deve essere né troppo freddo, né troppo umido, né troppo riscaldato. Un'umidità relativa del 60, 65%, con temperatura di 18-22°C è condizione ideale per le operazioni di caricamento. L'operatore deve lavorare con massima cura e precisione, senza fretta e con metodo.
 
- LE CARTUCCE DISPERSANTI
 
In caccia, la maggior parte dei colpi inefficaci non è causata da errori di puntamento, ma da una distanza di tiro troppo lunga o troppo breve. La preda molto lontana resta incolume per­ché la rosata dei pallini risulta diradata e dispersa, od i piombi non hanno conser­vato energia sufficiente a produrre ferite gravi. II selvatico che si trova a pochi me­tri dal cacciatore viene clamorosamente mancato dal colpo, oppure distrutto e re­so inservibile come trofeo e come arrosto, perché a brevissima distanza i pallini si trovano ancora in sciame serrato. In que­sto caso, il diametro ridottissimo della ro­sata richiede infatti una precisione enor­me nel puntamento del fucile, in partico­lare se la preda è dì piccole dimensioni e la sua velocità di spostamento è alta.Hanno purtroppo rendimento incostante e le loro rosate ri­sultano troppo irregolari . Esistono dispo­sitivi, detti «dispersori», il funzionamen­to dei quali si basa su semplici principi, come imprimere alla carica un moto di ro­tazione, oppure frazionare la colonna di piombo in più parti, le quali alla bocca della canna si suddividono in sciami se­parati, simili a piccole rosate indipenden­ti, che la resistenza dell'aria facilmente riesce ad allontanare moltissimo l'uno dal­l'altro.

 La prima e più importante norma di ti­ro pratico in caccia, che gli anziani cac­ciatori insegnavano ai neofiti cinquant'anni fa, consisteva nel rispetto assoluto della «giusta» distanza di tiro. I principianti ap­prendevano che non si deve assolutamen­te sparare a selvatici troppo lontani, per evitare ferimenti inutili, né a quelli mol­to vicini, che immancabilmente vengono«padellati», oppure sciupati dalla fucila­ta. Tale insegnamento non tanto aveva lo scopo di limitare il numero dei colpi a vuoto e lo spreco di cartucce, quanto quel­lo di impedire le prolungate sofferenze o la morte delle prede senza il loro recupe­ro, cioè voleva incutere giusti ed umanitari sentimenti di rispetto per tutti gli es­seri viventi, animali compresi. II vano ab­battimento della selvaggina non ha sco­po, la sua rarefazione non giova ad alcu­no.

I novellini imparavano a fare «disten­dere» il volatile che si alzava da vicino, od a fare allontanare a sufficienza la le­pre che schizzava» dinanzi ai piedi. Im­paravano a seguire con la vista, senza nep­pure imbracciare il fucile, le starne che frullavano da eccessiva distanza. Questi concetti, sia morali che utilitaristici, con­servano pure oggi immutato valore, an­che se i selvatici sono scarsi e più diffi­denti, anche se i cacciatori sono più nu­merosi. Sono cambiati e progrediti, inve­ce, i mezzi a disposizione del cacciatore sia per incrementare la portata del fucile a pallini, che per aumentare l'ampiezza delle rosate a breve distanza di tiro. Nelle nuove e più disagiate condizioni in cui la caccia attualmente viene esercitata, può essere giustificato l'uso (non l'abuso) di questi benefici, derivanti dalle più moder­ne tecniche di produzione dei fucili e delle munizioni.

Le caratteristiche dei materiali e la con­formazione delle attuali cartucce a palli­ni, la diffusione dei fucili magnum e del­le cariche maggiorate, hanno aumentato la portata utile del fucile da caccia. La fab­bricazione di canne con speciale strozza­tura rigata o con profilo interno disper­dente, di cartucce che sviluppano una concentrazione di pallini bassissima, con­sente oggi di iniziare a sparare alle prede da brevissima distanza, con discreta pro­babilità di includerle nel famoso cerchio di rosata.

 La differenza di pochi grammi di piom­bo non può essere responsabile della di­struzione dei trofei, né può servire ad evi­tare rosate compatte ed accentrate, che derivano soprattutto dall'assetto di cari­camento della cartuccia, oltre che dalle ca­ratteristiche di foratura di canna. In questa sede trascureremo di esaminare le ca­ratteristiche delle canne con foratura slug, o di quelle con strozzatura rigata, la cui efficacia nel limitare le concentrazioni è indubbia, per occuparci delle cartucce di­sperdenti, dette anche «dispersanti». L'u­so di queste munizioni è molto più comu­ne e generico rispetto all'impiego delle canne a profilo speciale, perché queste ri­ducono la versatilità dell'arma. Le cartuc­ce disperdenti possono al contrario esse­re sparate con profitto in ogni tipo di ar­ma e di canna, prescindendo dalle diver­se caratteristiche di lunghezza e foratu­ra.

In cacce particolari è necessario spara­re a distanze inferiori a 20 m, talvolta a non più di 8-10 m, perciò in tali circostan­ze neppure le canne cilindriche offrono risultati soddisfacenti, anche sparando cartucce prive di contenitore. Una comu­ne cartuccia caricata con pallini del n. 8 e borra in feltro, sparata in canna cilin­drica, produce a m 15 una rosata utile di circa cm 50 di diametro, che si riducono a m 10 a cm 33. A parità di altre condi­zioni, tali diametri si abbassano rispetti­vamente a cm 33 e 23, se la canna che spa­ra ha una media strozzatura. Questi va­lori di ampiezza ulteriormente diminui­scono in modo sensibile, se la cartuccia monta il contenitore. Rosate di simile am­piezza rendono la difficoltà del puntamen­to abbastanza simile al tiro a palla unica. In tali situazioni, se non possiamo ricor­rere alle menzionate canne speciali, non resta che servirsi delle cartucce disperden­ti, accettando una irregolarità di rosata più o meno forte.

Molti espedienti consentono di «apri­re» la rosata della cartuccia, tra cui il più elementare è il ricorso a cariche «fuori dose», con dispersioni esaltate da elevatissima velocità iniziale,ad es.aumentare la dose di 5-10 centigrammi(solo con pallini sferici e orlo tondo) rispetto al dosaggio standard. Motivo è la maggior pressione cagionata ai pallini e dal più brusco colpo di ariete. Per ottenere questo effetto bisogna usare polveri vivaci e semi-vivaci,idonee  a lanciare grammature basse e medio basse.Sarà indispensabile un borraggio duro,scarsamente elastico che non attutisca il repentino passaggio dei pallini dallo stato di quiete a quello di moto.

Non riteniamo utile descrivere i diversi tipi di dispersore, di cartone o di plasti­ca, a forma di elica, di spirale, di croce, etc.. Ci limitiamo a dire che i migliori, co­me la borra Gualandi Super G con disper­sore, riescono quasi a duplicare la normale ampiezza di rosata, cioè a fornire, a circa m 20 di distanza di tiro, rosate dello stes­so diametro ottenuto a m 35 dalle normali cartucce.

 Altro espediente è quello del piombo cubico o deformato o dalla sapiente sovrapposizione di due strati di piombo di numerazione diversa.Per il caricamento del piombo cubico o deformato bisogna adottare alcune accortezze: innanzitutto usare un borraggio più alto del normale,poiché tale piombo,se ben assestato all’interno del bossolo,occupa minor volume; non utilizzare borraggi rigidi,perché il piombo è già deformato di suo; polveri di spiccata vivacità.

 Il pallino cubico o deformato abbinato con una borra bior o feltro produce maggior attrito in canna con conseguente aumento delle pressioni quindi l’eventuale aumento della polvere di 5-10ctg non deve essere effettuato.

Ultima raccomandazione ,questi pallini hanno molto spesso il baricentro spostato,quindi il loro moto vorticoso elicoidale fa diminuire il potere di arresto e provoca dei vuoti di rosata.

Può avere traiettorie divergenti,quindi attenzione al cane e soprattutto ad un eventuale compagno di caccia.
Le cartucce disperdenti possono essere preparate nel caricamento domestico con diversi artifici,quali una crociera , o «croisillon», formata da cartoncini tagliati ed incrociati, oppure la suddivisione al­l'interno del bossolo della colonna dei pal­lini in tre o più parti, mediante sottili cartoncini frapposti. Un terzo espediente consiste nella  sovrapposizione di due strati di pallini di  diversa numerazione (con differenza di almeno due numeri).Prima va posizionata la numerazione maggiore ad es. n.7 successivamente n.9. I pallini più grossi spingono i piccoli aumentando la dispersione,mentre i più grossi si disperdono regolarmente,guarnendo di più la parte centrale con maggior penetrazione.Tutti questi accorgimenti allargano le rosate, ma introducono irregolarità di distribuzione e di incostanza di risultati. La cartuccia «Disperante» , prodotta dalla Browning e caricata con piombo cubico , oppure la Mirage Disperdente della Clever, confezionata con pallini deformati, possono ottenere dispersioni marcate, ma cessano di essere efficaci oltre i m 15-18 di distanza di tiro, per difetto di energia del  piombo, a causa delle scarse doti ae­rodinamiche di questo.
Si possono accoppiare anche pallini cubici o schiacciati con quelli sferici,ottenendo buoni risultati. Di solito si usa riempire la cartuccia con ¾ di pallini cubici o schiacciati e ¼ pallini sferici .I pallini sferici vanno inseriti per primi sopra il borraggio.
Per ultimo parleremo di orlatura che sarà Tonda. Soprattutto se spariamo con canne cilindriche o poco strozzate.
Il dischetto di chiusura non si deve interporre fra la carica dei pallini creando vuoti di rosata o dispersioni irregolari. Per questo per ottenere un allargamento regolare della rosata senza vuoti è opportuno chiudere la cartuccia con dischetti di sughero ricavati dal pieno oppure dischetti in plastica auto-disintegranti .
 
 
 
 - VANTAGGI DELLA DISPERSANTE
 
La cartuccia di tipo disperdente trova utile impiego nelle forme di caccia che richiedono tiri a bre­ve distanza, come quella pratica­li con il cane da ferma al fagiano ed alla beccaccia in bosco folto, alla quaglia nei prati, al coniglio ed alla lepre allo schiz­zo, al tordo allo spollo od al rientro sera­le nel bosco, etc.. Viene utilizzata soprat­tutto come prima cartuccia negli automa­tici, od in prima canna nelle doppiette e nei sovrapposti, poiché i cacciatori preferiscono adoperare per seconda e terza cartuccia le munizioni del tipo standard, magari prive del contenitore dei pallini, fronteggiando in tal modo l'eventuale in­cremento di distanza dei tiri successivi. Le munizioni disperdenti servono tal­volta a compensare l'eccessiva concentra­tone del piombo prodotta da canne con fortissima strozzatura, oppure a rimedia­re le conseguenze dei forti scarti di pun­tamento, cui sono soggetti non pochi cac­ciatori. Sparando con canna cilindrica, la cartuccia disperdente offre un sensibile vantaggio nei tiri che non superano la di­stanza di 20 m circa, mentre il suo ren­dimento lascia a desiderare nei tiri più lunghi, per l'eccessiva rarefazione della rosala. La precoce perdita dì efficacia di questo tipo di cartuccia è pure dovuto alla notevole riduzione di velocità e di energia dei suoi pallini, che viaggiano in scia­me serrato solo per brevissimo tratto, ed anche al fatto che la munizione è impie­gata con pallini tendenzialmente picco­li, rispetto alla mole del selvatico, per fa­vorire la dispersione, migliorare la den­sità della rosata, sfruttare il probabile vantaggio della corta distanza di tiro.Le dispersanti caricate con piombo cu­bico o fortemente deformato, mentre ri­sultano avvantaggiate sulle brevi distan­ze dalla superiore dispersione, accusano un maggiore handicap nei casi imprevi­sti di un allungamento del tiro. Solo per questo motivo, non pochi cacciatori pre­feriscono altri sistemi per allargare il dia­metro dì rosata. Nelle armi rigate viene definito «forzamento» la resistenza del proiettile all'avanzamento in canna. L'opposizione all'avan­zamento della carica, esercitata nelle ar­mi lisce dal peso della borra e dei palli­ni, dalla resistenza della chiusura, dalla pressione atmosferica esistente in canna, dall'attrito di scorrimento entro il bos­solo, per analogia ed impropriamente vie­ne talvolta chiamata forzamento. Questa forza di opposizione, con maggiore pro­prietà, dovrebbe essere definita «carico di estrazione».La resistenza della chiusura svolge per­ciò un importante compito nell'equilibrio della cartuccia, perché nella fase iniziale della deflagrazione modifica il volume a disposizione dei gas, quindi anche la ve­locità di combustione della polvere, il va­lore della pressione massima, la velocità iniziale dei pallini. Una chiusura corret­tamente seguita deve presentare una re­sistenza adeguata al peso della carica di piombo, alla difficoltà di accensione ed alla vivacità della polvere, al tipo di bor-raggio, perché deve assicurare una com­bustione regolare del propellente, né troppo anticipata, né eccessivamente ri­tardata.Una chiusura regolare presenta una re­sistenza media di svolgimento di kg 20-25, eccezionalmente poco superiore. La resistenza totale di avanzamento del­la carica raggiunge circa kg 60-70. E quindi necessario che i gas esercitino sulla base della borra una pressione equivalen­te ad un peso statico di kg 60-70, perché la chiusura si svolga e la carica si ponga in movimento. Quindi la chiusura, con Ì suoi kg 20-25 di resistenza media, co­stituisce da sola circa la terza parte di tut­to il carico di estrazione.
 
 
- RICARICA DEI BOSSOLI SPARATI
 
I bossoli sparati delle cartucce a pallini, dopo l'indispensabile rigenerazione, possono essere ricaricati con risultati discreti nel rendimento. I.bossoli con tubo in cartone sopportano abbastanza bene una o due ricariche, mentre quelli in plastica biorientata o plasmoeompressa tollerano anche tre o quattro ricariche. Tutti i tipi di bossoli subiscono allo sparo alcune deformazioni, molte delle quali irreversibili, perciò insistere in numerosissime ricariche significa ottenere risultati balistici progressi­vamente inferiori, con pericolo di danneggiare anche l'arma. I bossoli sparati, prima della ricarica, devono essere accuratamente esaminati, per scartare quelli con deformazioni eccessive, incrinature e fessurazioni o strappi del tubo in corrispon­denza della precedente orlatura. Dopo la cernita i migliori vengono scapsulati del vecchio apparecchio, passati al calibratore per essere riportati alle originarie dimensioni dei fondello, ricapsulati con nuovo innesco facendo atten­zione che entri a tenuta nella propria sede. Il nuovo innesco dovrà essere di tipo adatto per potenza alla polvere impiegata. Se l'apparec­chio entra nella sede con un minimo gioco,avendo diametro dell'involucro lievemente inferiore, si può spalmare la sede con una vernice ai poliesteri per migliorare la tenuta dei gas. Se questo espediente non assicura il risultato sperato, si deve scartare il bossolo. A niente serve frapporre tra la sede e l'innesco uno spessore di carta o di stagnola, perché la chiusura della sede non diviene ermetica. Le fughe di gas attraverso la sede dell'innesco provocano l'erosione circolare sulla faccia della bascula, che notiamo soprattutto nei vecchi fucili. I gas attraverso il foro del percussore possono raggiungere anche le batterie del fucile. Il  bordo dei bossoli con tubo in cartone può essere rigenerato con immersione in bagno di paraffina fusa. Paraffina che dopo il raffreddamento viene asportata nella quantità eccedente (non assorbita), soprattutto nella parete interna del tubo. Se il bossolo ha ricevuto l'orlo tondo e ha lunghezza di 70 min, con una taglierina può essere accorciato a 65 mm, togliendo il tratto di tubo rovinato. Non conviene invece tagliare il tratto di 11, 12 mm occupato dalla stellare, perché i bossoli molto più corti della camera di cartuccia danno luogo a perdite di gas e a una riduzione del rendimento della carica. Il bordo dei tubi di plastica può essere spianato, in parte, sulle pieghe della vecchia orlatura, scaldando il tubo e forzandolo dall'interno con un mandrino conico in metallo, provvisto dì un'adeguata resistenza elettrica. Poiché quest'operazione è piuttosto complessa e difficile, in genere ricaricando bossoli in plastica si preferisce riprendere (rinnovare) le pieghe della precedente stellare, stringendo un po' i! bordino dei bossolo con un ripiegamento più profondo, per migliorare la resistenza allo svolgimento della nuova chiusura. La cartuccia con bossolo ricaricato fornisce quasi sempre prestazioni inferiori, perché l'inevitabile dilatazione permanente del tubo genera una minore tenuta del borraggio, soprattutto se tradizionale. I bossoli ricaricati senza una precedente calibratura, in qualche caso, possono forzare le chiusure dei fucili basculanti o provocare inceppamento in fucili semiautomatici. Nei bossoli rigenerati conviene impiegare cariche medie, perché (per motivi di scarsa tenuta delle borre) non gradiscono né le basse pressioni delle cartucce leggere, né (per la ridotta resistenza del tubo e il danneggiamento subito dal buscione) le pressioni troppo alte delle cariche potenti.
 
- TABELLE DI RICARICA
 

Consultare sempre le tabelle.

 

Come si legge una tabella di ricarica ?

Le tabelle di ricarica riportano normalmente i seguenti dati:

Il tipo di polvere

L’innesco

La quantità di polvere

La quantità di piombo

Il tipo di chiusura

 Quindi se ci atteniamo a quanto trovato nelle tabelle e alle raccomandazioni che ho scritto nei capitoli precedenti, non dovremmo avere particolari problemi nel creare una buona cartuccia o quantomeno pericolosa (la bontà venatoria ahimè bisogna riscontrarla a caccia). L’errore nel quale si può incappare è quello di prendere, per esempio, una dose indicata in questa maniera (volutamente non indico la polvere)

12/70 616 1,50 x 32 chiusura stellare

e utilizzare un bossolo 12/67 o peggio un bossolo 12/65. Ecco qui si deve prestare estrema attenzione. Non è la stessa cosa utilizzare un bossolo 12/70 e un bossolo 12/65 per fare la stessa dose perché, ricordate che la pressione aumenta con l’avvicinarsi della polvere alla base del piombo. Con un bossolo da 65, anziché da 70, questa distanza viene ridotta di ben 5 mm. e ogni millimetro in meno può provocare un aumento di pressione che può andare dai 25/30 bar ai 45/50 a seconda del tipo di polvere e peso di piombo in essa contenuta. Quindi ribadisco, se una dose è indicata su bossolo 12/70 va utilizzata solo per quel tipo di bossolo, altrimenti non deve essere fatta. Voi mi direte: e se io ho solo bossoli 12/65 ? Allora la dose andrà aggiustata, ma qui dovrete avere la pazienza e la possibilità di provare in canna monometrica* la vostra cartuccia partendo con il minimo quantitativo di polvere possibile considerando che 3 mm. di bossolo in meno richiedono normalmente una riduzione di polvere che può oscillare dai 0,05 gr. ai 0,10. (5 /10 ctg.). Quindi per la dose sopra menzionata come esempio, partiremo col costruire in bossolo 12/65 la seguente cartuccia:

12/65 616 1,40 x 32 chiusura stellare o 12/67 616 1,45 x 32 chiusura stellare.

Al contrario se conosciamo la dose per un bossolo 12/67, per caricare una buona cartuccia in calibro 12/70 dovremo fare il contrario aumentando la quantità di polvere per recuperarne la perdita di pressione.

P.s: la dose suddetta è puramente da esempio.

 - PRINCIPALI OPERAZIONI DI CARICAMENTO

I bossoli  devono essere del tipo adatto alla polvere che vogliamo utilizzare,soprattutto per potenza d'innesco e per forma del buscione interno. Assolutamente non devono superare la lunghezza della camera di cartuccia della canna. I bossoli vengono posti in una palmella da 50 alloggiamenti, dopo avere osservato che nel loro interno non vi siano corpi estranei e che i fori di vampa degli inneschi risultino liberi.
Dalla scatola la polvere viene versata nella ciotola, rimestala col cucchiaio per accertare che non contenga grumi ed esposta all'aria per normalizzarne l'umidità. Se la polvere è densa e poco scorrevole, il dosaggio deve essere fatto a peso, tramite la bilancina di precisione, altrimenti a volume per mezzo del misurino. Nel misurino la polvere viene versata col cucchiaio, tenendo il misurino sopra la ciotola; riempimento avvenuto la polvere è rasata al bordo del misurino tramite il regolo. Il peso della polvere contenuta nel misurino deve essere più volte verificato con la bilancina prima d'iniziare il caricamento e a intervalli dopo un certo numero di cariche, perché la sua vite di fermo si può allentare perdendo la regolazione. Il misurino non deve essere sottoposto a scosse, perché la polvere deve trovarvi un naturale assestamento. La polvere contenuta nel misurino può essere versata nella bilancia e pesata per ogni cartuc­cia, o direttamente nel bossolo tramite l'imbuto. dopo di che l'imbuto deve essere collocato nel bossolo che segue nella palmella, procedendo sempre in fila e nello stesso senso per evitare di versare involontariamente due dosi di polvere nello stesso bossolo. Caricati tutti i bossoli, dall'alto si osserva il loro interno con una pila, oppure ponendo la palmella alla luce diretta di una finestra per accertare di non essere incorsi in una doppia carica. Nel caricamento con borraggio tradizionale, sulla polvere viene posto il cartoncino, introducendolo dentro il bossolo e assicurandosi che non rimanga per taglio (in posizione perpendicolare rispetto alla polvere) bensì in piano. Successivamente il cartoncino viene assestato col calcone contatto della polvere, in genere senza esercitare una forte compressione, a meno che il tipo di polvere non lo richieda. Nel disporre sulla polvere questi cartoncini, è consigliabile fare un segno circolare a matita sul calcone, a livello del bordo del bossolo, sìa per accertare che il cartoncino risulti esattamente collocato a contano della polvere, sia per controllare nuovamente che nessun bossolo contenga una doppia carica, oppure sia sprovvisto di polvere. Se per un bossolo il segno sul calcone denuncia una posizione troppo bassa o troppo alta del cartoncino, il bossolo viene estratto dalla palmella e scaricato per un accertamento. Dopo avere posto sulla polvere tutti i cartoncini si introducono di seguito nei bossoli le borre di feltro ingrassato, eventualmente alcuni spessori di sughero o di cartalana fino a raggiungere la dovuta altezza della colonna del borraggio. Questa altezza deve essere stabilita prima, effettuando alcune prove su un bossolo in modo che sopra il borraggio resti con precisione lo spazio necessario al piombo, al cartoncino di chiusura e all'orlo, oppure al piombo e alla chiusura stellare. Per assestare in sito gli elementi che formano la colonna del borraggio. ci serviamo del solito calcone, facendo attenzione a esercitare la giusta compressione. Sarebbe preferibile impiegare un calcone dinamometrico, per uniformare in tutte le cartucce la forza di compressione esercitata sulla colonna del borraggio. perché da essa deriva la famosa "densità di caricamento" che tanto influisce sulla vivacità di combustione della polvere, sulla pressione in canna e sulla velocità dei pallini. Tale forza può essere regolata anche con un peso statico da 2 a 5 kg, che viene appoggiato sul calcone, o calcolata manualmente dal caricatore esperto. Quando viene fatto uso delle borre in plastica, queste devono essere collocate direttamente sulla polvere, con la coppetta di base a sicuro contatto. Nell' introdurre la borra di plastica nel bossolo è necessario accertarsi che la coppetta  di base non si deformi forzando contro il bordo del bossolo. Questo bordo può essere leggermente allargalo, con un mandrino conico di legno o di ferro. Non è necessario esercitare una compressione sulla borra-contenitore di plastica, che recupera sempre la sua iniziale posizione entro il bossolo grazie all'elasticità dello stelo. La giusta compressione viene ottenuta in seguito con l'orlatura, regolando l'altezza del bordo e perciò facendo legger­mente retrocedere tutta la carica. Le coppette otturatici e alcune borre-contenitore di struttura rigida non richiedono compressione. Altre borre-contenitore richiedono invece, per ottenere il migliore rendimento, che lo stelo si fletta riducendo la sua altezza di circa 2 mm.La dose dei pallini può essere controllala a misurino quando il loro diametro è piccolo, altrimenti solo tramite pesatura. I grossi pallini variano troppo il loro assestamento entro il misurino, inoltre la rasatura di questo contri­buisce a introdurre errori troppo consistenti nel peso della carica. Con piombo di diametro maggiore del n 7. il ricorso alla bilancia è di rigore. Sopra i pallini viene posto un cartoncino di chiusura friabile e leggero, perfettamente in piano, o un dischetto di sughero conglomerato di basso spessore, oppure un dischetto auto-disintegrante di plastica. I cartoncini e i dischi rigidi e pesanti, quando non si disintegrano, contribuiscono alta dispersione delle rosale perché disturbano lo sciame dei pallini in traiettoria. Il cartoncino di chiusura non occorre se sul bossolo viene effettuata la chiusura stellare. Una volta completate, le cartucce vengono passate all'orlatore. L'orlo classico ha in genere forma tonda, o tondo-quadra "a becco di civetta", secondo il tipo di bobina montato dall'urlatore. L'orlo a becco di civetta presenta una resistenza allo svolgimento leggermente superiore a quella dell'orlo tondo, a parità di altezza, perciò sembra preferibile con polveri di difficile accensione o con basse cariche di piombo. La chiusura stellare è ottenuta tramite un incisore che pratica sul bordo del bossolo 6 o 8 pieghe, o pliche, che successivamente una bobina piega verso il centro, chiudendo l'apice della cartuccia ed effettuando un bordo circolare esterno, simile a un orlo tondo. La chiusura stellare sviluppa maggiore resistenza all'avan­zamento della carica rispetto all'orlo tondo. o tondo-quadro, quindi consente di ridurre la dose della polvere. La bobina dell'orlatore deve spingere a fondo, in modo da ottenere il giusto ripiegamento del bossolo sul cartoncino (orlatura comune) o direttamente sui pallini (chiusura stellare), tuttavia senza provocare un eccessivo arretramento del piombo e dell ' intera carica comprimendo troppo la polvere della cartuccia. Particolare attenzione deve essere t'aita utilizzando gli orlatori elettrici, normali o stellari, perché con essi è facile stringere troppo l'orlo, generando alle pressioni di sparo.
 
 
- IL TEMPO E LA CARTUCCIA
 
É parere diffuso in molti cacciatori che le cartucce mutino il loro rendimento a seconda di particolari condizioni dovute al clima, alla pressione dell'aria e all'umidità. Effettivamente è così: le basse temperature e l'umidità riducono le prestazioni della polvere contenuta nelle cartucce abbassandone il rendimento termico. Di conseguenza si verifica una sensibile diminuzione della pressione di cartuccia e della velocità iniziale raggiunta dalla carica dei pallini. Particolari condizioni di caricamento possono supplire le differenze di prestazioni della polvere nella stagione troppo umida o fredda: si hanno così in base alla quantità di pallini contenuti e alla potenza dell'innesco, cartucce estive e cartucce invernali. Una differenza di umidità atmosferica del 10% comporta una variazione di V/0 (velocità iniziale) di circa 5m/sec in cartucce caricate con polveri monobasiche,di 3m/s con polveri alla nitroglicerina.
 

Un aumento dell’umidità della polvere dell ‘1% riduce del 5% la V/0 delle cartucce con ogni tipo di polvere.

Oltre a temperature e umidità da considerare c'è la densità dell'aria, che aumenta alle basse quote con il freddo e il clima secco mentre diminuisce con l'altitudine, il caldo e l'umidità atmosferica. Un'elevata densità dell'aria tende a frenare l'avanzamento di una carica di pallini, occorre quindi sparare cartucce con dose scarsa di piombo a basse quote e in presenza di pressioni alte, mentre conviene incrementare la carica di pallini ad alte quote e con basse pressioni.In riva al mare e nelle zone pianeggianti si spareranno cartucce con dosi minime di piombo, anche per evitare il fastidio del rinculo. Fino a 1000/1200 m non è indispensabile modificare la dose delle cartucce normali.
Cosa avviene quando si viene a sommare una riduzione di potenziale della polvere,per la bassa temperatura ambientale e l’umidità acquisita,con gli effetti negativi di un’alta densità dell’aria sulle velocità residue dei pallini?
Difficilmente le diverse condizioni metereologi che avverse si presentano singolarmente. Quasi sempre si vengono a sommare,unendo i loro influssi a danno della cartuccia,la quale riduce le prestazioni a valori che possono essere non soddisfacenti ,anche se inizialmente si trova in possesso di buona scorta di energia termica e meccanica. Il cumulo di alcune condizioni climatiche o ambientali (anche il vento contrario)negative può ridurre la velocità residua di una cartuccia correttamente confezionata anche di 40/50 m/s.
Gli effetti delle cattive condizioni climatiche e ambientali possono essere compensati nel caricamento personale,cambiando nelle cartucce le dosi,l’innesco,la borra,la resistenza all’orlatura.
 
 
Con umidità:
-      Aumentare dose polvere di 5/10 ctg
-      Sostituire innesco con uno più energico
 
 - PROVARE LE NOSTRE CARTUCCE
La prova delle nostre cartucce andrebbe fatta tramite una Canna Monometrica. Ma cos’è una Canna Manometrica? E’ una canna speciale utilizzata per la prova delle pressioni sviluppate da una data cartuccia. In corrispondenza della camera è praticato un foro laterale, che comunica con un pistone, quest’ultimo, allo sparo, comunica la spinta determinata dalla deflagrazione della carica a un cilindretto di rame, deformandolo. La misura della deformazione del cilindro determina la pressione (metodo Crusher). Esiste anche un altro metodo, denominato "a trasduttore", che invece del pistone con il cilindretto di rame utilizza un particolare cristallo di quarzo. Quest’ultimo, restituisce una tensione elettrica proporzionale alla pressione alla quale e soggetto, consentendo una misura più precisa. Il tutto serve per misurare pressioni e velocità ed altri parametri della vostra cartuccia. Di solito ogni buona armeria che fabbrica cartucce per così dire “fai da te”, ne è provvista e dietro richiesta, permette ai propri clienti di farne uso. Infine per poter provare le nostre cartucce,non disponendo di una canna manometrica o di un banco di prova useremo un espediente antico. Bastava un vecchio pennello e un secchio contenete acqua e fango perché la placca di ferro, già arroventata dal sole, fissasse sul­la sua superficie una sottile pellicola grigia facilmente asportabile dal violento impatto dei pallini. Dopo ogni fucilata si tornava alla placca per controllare la distribuzione della rosata e l'eventuale schiacciamento e ap­piattimento dei singoli pallini. Eseguito il controllo e annotato i risultati, bastava spennellare ancora la placca con la "speciale" mistura dì acqua e fango per ri­avere, in breve, a disposizione, una nuova superficie verificabile». Per esaminare, invece, la potenza penetrati­va delle varie dosi sperimentali, la soluzione consisteva nell'indirizzare la schioppettata contro vecchie riviste ac­coppiate tra loro tramite del comune nastro adesivo. In genere i cartacei più ricercati in funzione del loro spessore erano proprio vecchi elenchi telefonici che, piazzati a varie distanze, permettevano di capire grossola­namente il potere penetrativo di ogni cartuccia in base al numero di pagine perforate dal piombo.
 
 
 - CONSERVAZIONE DELLE CARTUCCE
 
 
Le cartucce devono essere conservate al riparo dall'umidità e dai forti sbalzi di temperatura ambientale, possibilmente chiuse in un mobile di sicurezza, al riparo da mani inesperte e imprudenti. Le cartucce che sostano nel bagagliaio delle auto nelle caldissime giornate estive, poiché il calore modifica il tasso di umidità naturale della polvere, originano elevate pressioni allo sparo e fastidioso rinculo, modificando le loro prestazioni.
In zona di caccia, soprattutto nelle giornate di pioggia, è conveniente mantenere le cartucce collocate nella cartuccera, poste al riparo sotto la cacciatora (o meglio sotto l'impermeabile), affinchè non si bagnino e si mantengano a una temperatura accettabile. Le cartucce con bossolo in cartone che accidentalmente cadono in acqua, non debbono essere asciugate con fonti dirette di calore, o per esposizione ai raggi del sole, perché questo comportamento potrebbe accelerare il processo di decomposi­zione della polvere, se questa ha assorbito molta umidità. Solo le cartucce con bossolo in plastica e stellare termosaldata al centro delle plicbe, se la permanenza in acqua è stata di pochissimi secondi, possono essere asciugate con un panno adatto e poi sparate. Consigliamo perciò dì scaricare le cartucce fortemente bagnate, per il recupero della sola carica di pallini, perché esiste la possibilità che anche l'innesco, oltre alla polvere, si sia deteriorato.